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IL RACCONTO DELLA DOMENICA

Alcibiade Sterzi e la campanella

di Vincenzo Pardini -

03 maggio 2020, 12:45

Alcibiade Sterzi  e la campanella

    L a malinconia imprigiona anima e corpo; evaderne non è facile. Alcibiade Sterzi ne soffriva da tempo. Ma arrivato alle soglie della vecchiaia, aveva trovato il modo di contrastarla. Meglio se erano giornate di sole. 
Allora, salito in macchina, raggiunte le pendici di un colle, bisaccia a tracolla, imboccava una mulattiera che conosceva fin da bambino. 
Alto e grosso, il volto accigliato, a passi lenti, vi si incamminava dialogando coi sassi dell’impiantito, i quali rispondevano infondendogli una calma che, altrimenti, non avrebbe ottenuto. 
Quando sfiorava un muro a secco, osservava se c’era ancora qualche pietra che vi aveva posato sopra. 
Se c’era (e c’era quasi sempre) si sentiva felice; qualcosa del suo passaggio aveva resistito al tempo. Così pensando, quel giorno procedette fino ad una piazzola di pietra grigia cosparsa di ciuffi d’ erba e muschio. In passato, quando la via la battevano gli animali da soma, quelle erbe non avrebbero attecchito. 
Lo ricordava bene il passaggio dei muli: l’incedere dei loro ferri sui sassi, il loro lieve affanno, il cigolio dei finimenti. Affetto da una patologia cardiaca, sedeva spesso. Stavolta lo fece sopra un muricciolo a secco. Nell’aria, benché inverno, vagava un odore di cortecce e di erba arida. Guardando a terra, tra il pietrisco scorse qualcosa di anomalo; con le dita scavò, finché non ne trasse una campanella di bronzo rotonda e ricamata di strani segni: la riconobbe: era di Furioso, un mulo di tanti anni fa; il padrone, suo amico, una sera, rientrando dal viaggio, gli confidò di aver perduto la “coccora”(forma dialettale di campanella) del giumento, a cui, antica, teneva moltissimo. Strettala in pugno, Alcibiade proseguì. 
Voleva rivedere la capanna di Furioso; camminando, gli pareva di scoprire, specie riguardo al paesaggio, cose nuove. Svoltato un tornante fu dinanzi ad un casa; vi abitava una donna sola e vecchia, col televisore di continuo acceso; il suo grosso cane bianco, con cui Alcibiade era divenuto amico, gli andò incontro, anche perché gli portava delle leccornie. 
Ma quel giorno non si limitò alle feste: lo seguì lungo il sentiero che passava tra capanne e case diroccate. 
Il cielo sopra la montagna, benché gennaio, splendeva di luce primaverile. Non un rumore né una voce. Silenzio che gli rievocò quando, d’estate, nel vermiglio del tramonto, volavano le rondini e i muli, con il tinnire delle campanelle rientravano, e capintesta veloce e dominante, Furioso. Adesso, da scoscesi viottoli, era arrivato alla sua capanna. Nella porta, a mo’ di portafortuna, c’erano ancora inchiodati i suoi ferri. Stringendo più che mai in pugno la “coccora” ci si avvicinò; come avviene nei sogni questa s’ aprì e comparvero Furioso e il suo padrone, il quale lo invitava a carezzare il mulo. Ma lui era troppo preso dal desiderio di mostrargli la campanella. Poi tutto divenne evanescente ed Alcibiade non riuscì più nemmeno a pensare.
 Esanime fu trovato dopo tre giorni, durante i quali, il cane bianco, gli era rimasto accanto senza cibo né acqua.