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IL RACCONTO DELLA DOMENICA

Nemico pubblico numero uno

di Riccardo Zinelli -

17 maggio 2020, 10:49

Nemico pubblico numero uno

N el  piccolo Comune emiliano, il clima era pesante. Il cielo, coperto da nembi fioccosi, pareva di cenere, e l’aria era calda e densa quanto il fiato d’un bovino. Il sindaco locale, dal suo ufficio ingombro di cianfrusaglie, teneva gli occhi fissi sul cortile del municipio aspettando che rientrasse l’unico vigile di cui disponeva. Per abbreviare l’attesa avrebbe anche potuto telefonare all’agente, ma non s’azzardò a farlo. All’improvviso, un lampeggiante blu bucò la penombra in cui era immerso il cortile del municipio.
«Signor sindaco», esordì il vigile entrando nell’ufficio. «Torno ora dal paese.»
«E allora?»
«Fortunatamente il cittadino colpito dal morbo non sembra in condizioni gravi. Me l’ha riferito il dottore che lo ha visitato. Ma per sicurezza lo ricoverano.»
Al sindaco scappò un sospiro di sollievo. «Meno male che non è grave! Temevo che la situazione precipitasse.»
«Bè, dipende. Se si riferisce alla situazione giù in paese…» Il vigile non terminò la frase.
«Che succede in paese?»
L’agente gesticolò per mimare la confusione: «Un pandemonio. La cittadinanza è in preda al panico. Han tutti paura del contagio, e pretendono di sapere chi s’è ammalato per verificare se l’hanno incrociato. Pensi che ho perfino dovuto scortare l’ambulanza per evitare che un paio di scalmanati facessero da codazzo.»
«E come mai son andati dietro al 118, se han paura della malattia?»
«Dicevano di voler interrogare i portantini sull’identità del paziente, una volta arrivati all’ospedale.»
Il sindaco, esterrefatto, smise di tamburellare sulla scrivania. «Siamo alla follia.»
«Bisognerà far qualcosa. Non si può lasciare la gente con la fregola addosso!»
«Non posso certo spiattellare ciò che vogliono.»
«Ma nemmeno tacere.»
Il compromesso fu un rassicurante video-messaggio in cui il primo cittadino, inquadratura a trequarti con lo sfondo del tricolore, assicurava che la situazione sarebbe stata seguita dalle istituzioni preposte e sconsigliava alla popolazione di far partire cacce agli untori.
Ma l’appello del sindaco sortì l’effetto contrario.
Atterrito dalla paura di qualcosa d’ignoto, come un morbo sconosciuto, un gruppo di cittadini iniziò a vigilare sul paese, nemmeno avessero indosso una divisa, per cercare d’identificare la casa dell’incolpevole contagiato. Così ogni comportamento potenzialmente sospetto veniva segnalato sulla pubblica piazza.
«Hai visto? Là tengono sempre le tapparelle abbassate.»
«E stamattina non si son visti in paese. Non sarà mica che…»
Ma nessuno si prese mai la responsabilità di affondare l’infamante accusa. Il paese divenne un coacervo di sussurri maligni, dove il marchio dell’untore, per comodità, veniva affibbiato di volta in volta a chi non andava a genio. Del resto, molti s’erano convinti servisse un capro espiatorio. Qualcuno cui imputare la colpa se nella comunità allignava il malessere. Un malessere che, però, aveva radici ben più profonde del momento presente.