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IL RACCONTO DELLA DOMENICA

E' una cosa strana, non so come spiegarla

di Simone Innocenti -

24 maggio 2020, 10:14

E' una cosa strana, non so come spiegarla

N on trovo più le tue mani, eppure le vedo ancora lì. La mano destra che regge la biscottiera, quella sinistra che alza il tappo e si tuffa per cercare i dolcetti al cacao, quelli che sfornavi due volte alla settimana. 
“Sei goloso come tua nonna”, dicevi dopo averne pescati cinque e averli sistemati sul piatto bianco che sistemavi sulla destra del tavolo, vicino alla tazza fumante di caffè latte. Quella volta che provai io a prendere i biscotti – era una mattina freddissima e mi ero alzato per ripassare matematica: sentivo che mi avrebbero interrogato – feci danno. La biscottiera mi cadde per terra, lo smalto bianco si sbeccò da un lato e tu mi guardasti incredula ma non dicesti nulla. 
Cioè sì, mi dicesti qualcosa ma con gli occhi e io non lo capii tanto bene che volevi dirmi che quella biscottiera era la biscottiera di nonna, che quell’oggetto di metallo laccato era la tua infanzia, una sorta di testimone muto tra quella che eri e quella che ora sei. 
“Sei pasticcione come tua nonna. Fai più attenzione”, ti limitasti a dire. Ma non c’era severità nella tua voce, ti arrabbiavi per altre cose, quelle che non capivo fino in fondo. 
Poi la raccogliesti da terra, controllasti l’ammaccatura passandoci delicatamente le dita e la rimettesti a posto: era praticamente invisibile. Però io quel gesto me lo ricordo proprio bene: ogni volta che giro la biscotteria e vedo quella piccola irregolarità, ricordo come passasti la mano, con quanta delicatezza saggiasti la laccatura, con quanto amore la tenesti tra le mani. Mi sembrò che tu in qualche modo la cullassi, ma forse era a causa del libro di matematica che pesava come un macigno se in quel momento ciò che vedevo lo vedevo così. 
Anche questa mattina è freddissima, pure se sono passati tanti anni. E la biscottiera se ne sta muta davanti a me ma pare abbia intenzione di interrogarmi, come fece la professoressa di matematica. 
È solo che col silenzio le risposte sono difficili da dare, non ci sono formule algebriche: io a questo sto pensando mentre mi avvicino al contenitore che ha una forma circolare, panciuta, che ti viene voglia di abbracciare. Al silenzio ribatto col silenzio. Alle tue mani che non ci sono ribatto con le tue mani che ci sono. 
È una cosa strana, non so neppure io come spiegarla. Deve essere una cosa tipo quando stai seduto in salotto e ti sembra di essere da solo e invece il sole fa irruzione dalle persiane e la luce dà vita a quei granellini che svolazzano in aria e ti metti a pensare che, sì, insomma, certe cose ci sono sempre state ma non sei capace di vederle e che ci vuole la luce o qualche altra cosa per capirle tutte, le cose. Per vederle quanto meno.
Io allungo la mano e tolgo il coperchio. Le tue mani non ci sono più ma anche i biscotti che mi preparavi non ci sono più da un bel pezzo. Eppure stamani non mi sbaglio, la biscottiera non mi cade per terra. La mia mente dice che le dita afferrano il vuoto ma qualcos’altro mi suggerisce che sto pescando un biscotto al cacao appena sfornato. Lo porto alla bocca e lo mastico: ha un sapore strano, la tua assenza.