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IL RACCONTO DELLA DOMENICA

L'uomo con l'anello d'oro e il calesse

di Vincenzo Pardini -

07 giugno 2020, 10:21

L'uomo con  l'anello d'oro e il calesse

Nel paese di V. destò curiosità l’arrivo, una mattina di febbraio del 1970 del secolo scorso, di un signore sopra un calesse, trainato da un cavalluccio da trotto  grigio. 
Il  signore prese alloggio in un alberghetto attiguo alla caserma dei carabinieri; l'equino fu invece sistemato in una stalla poco lontana, e il carretto,  un fattorino di legno lucido, trovò collocazione sotto una tettoia laterale alla medesima. L’uomo, anziano,  e di bassa statura, indossava un cappotto scuro, il cappello e una vistosa cravatta rossa spillata  da un fermaglio d’oro a forma di compasso. Un po’ claudicante, per via di una scarpa ortopedica, cominciò a frequentare un bar al di là di un torrente, dove, ogni giorno, si davano convegno alcuni  confinati di mafia, individui all’apparenza cordiali quanto silenziosi, ma di cui si mormorava  che avessero fatto parte di gruppi di fuoco, autori di stragi.  L’uomo, disse l’albergatore, era un sensale di mucche da macello. La mattina si alzava presto, fatto attaccare il cavallo da un garzone della locanda, s’allontanava nella campagna. 
Rientrava  all’ora  di pranzo, che consumava nella trattoria vicina al bar; dopo, sedutosi ad un tavolo di quest’ultimo,  leggeva il   giornale.  Non beveva mai caffè, ma solo limonate o the. L’espressione del suo volto, dalle mascelle quadrate e il naso importante, era pensierosa; talvolta, accendeva un sigaro. Ma anziché assaporarlo ci soffiava dentro, sollevando un gran fumo. Al dito mignolo della mano sinistra aveva un vistoso anello d’oro, pure quello contrassegnato da un compasso.  
Non parlava quasi mai; si limitava a rispondere con sorrisi e rapidi sguardi. In compenso sembrava osservasse quanto avveniva nel bar. 
I clienti lo guardavano sospettosi, in particolare i tre confinati di mafia ai quali, un pomeriggio, disse a voce alta  che per legge quelli  come loro non potevano soggiornare, in più di uno, nello stesso paese. 
Uno di essi gli rispose in dialetto, e l’uomo sogghignò. Poi accese un sigaro. All’indomani, s’era da poco seduto al bar, allorché  andò da lui una pattuglia di carabinieri, ma non quelli del paese.
 Il maresciallo gli chiese di mostrargli i documenti. 
Lui, gentile, tanto fece. Poi, esibitogli  un foglio, il maresciallo e i due  subalterni gli perquisirono la sua stanza d’albergo. Cosa che destò clamore  ma che   parve aver divertito l’uomo il quale, nel frattempo, s’era saputo  che si chiamasse  Demetrio Calindi, nativo di Canicattì. Dopo  la perquisizione, un’Alfa Romeo coupé 1750 grigia, prese a transitare nei dintorni con a bordo due individui. 
Un giorno di pioggia e di nebbia, coi camini delle abitazioni che fumavano, Demetrio, alzatosi dal tavolo, bevuto un the, estratto  di tasca un lungo revolver, rapido, lo puntò contro i tre confinati e fece fuoco. Svelto, senza zoppicare, s’ avviò verso la strada. Veloce, gli si  accostò l’Alfa Romeo, sulla quale salì. Nessun giornale dette notizia dell’evento. Un camion militare, giorni dopo, venne a prelevare cavallo e calesse. 
Ma nessuno parve accorgersene. Nemmeno l’albergatore.