Sei in Racconto di domenica

IL RACCONTO DELLA DOMENICA

La più ignobile delle diserzioni

di Marino Magliani -

14 giugno 2020, 12:36

La più ignobile  delle diserzioni

Ondate azzurre di cespuglio come a sostituire un mare in discesa, contraltare solido che scende e da qualche parte, non lontanissimo, si scioglie e si alza, pieno di striature, diamanti, sentieri, crepe, spume, vascelli.
E del resto, anche senza mare, che ci fosse qualcosa nell’aria – quel segno sconosciuto, ad aspettarli dietro la notte, un ventaglio di costoni dal diverso vapore, dal respiro diverso –, un po’ si annunciava. O forse ne ha parlato talmente tanto, Lemoine, di ulivi e conseguenze cromatico liquide, che è venuto naturale, prima o poi inventare un mare agli ulivi.


E adesso che l’hanno sentito davvero, viene il dubbio che non sia la prima volta che gira nell’aria questo tepore. 
Lemoine dice che solo in Liguria arrivano in quel modo luce e tepori.
Si tornano ad allontanare da quella che era la costa, o la vicinanza a essa, e tornano ad attraversare ghiaioni, come se alla fine si girasse sempre attorno alla stessa valle, dalle rupi agli ulivi, dalle rupi nude alla bestia porosa e azzurra, gigantesca e ordinata onda di muschio, che uno, non fosse che scappa, si fermerebbe a respirare, confuso, dimenticando la meta, e allontanandola, come si allontana la resa dei conti.
Qua e là si alzano polveri, voli di farfalle e altri insetti, e l’aria si popola di brusii.
«Eravamo scesi molto» osserva Lemoine.
 E forse è per questo che sono tornati a salire, scendere esageratamente non va bene.
L’odore, da quello solito di corteccia e di bosco, si fa grasso di aromi, così come cambia il colore della terra. Gli ulivi, una volta che sai dove sono, riescono a trasformare di colpo persino la stagione, l’erba è dura, gagliarda, nasce fin contro le ceppaie. È l’estate ligure.
L’alba esce da una rupe porosa e rossa come l’argilla. 
Man mano morde gli ulivi come se li bruciasse. Gli insetti della notte hanno lasciato il posto alle farfalle, e nella gabbia azzurra volano alcune poiane. Lentamente, prima di asciugarsi, scintillano i diamanti della rugiada, la luce ne consuma una patina. Urruti è uscito per l’ispezione, scarta la mulattiera, salta le fasce, forse giù c’è un torrente. Sbuca da dietro le scogliere, un attimo solo e non lo rivedono più.
Seduto all’ombra, la schiena contro un tronco scavato come i suoi polmoni, Lemoine perseguita Dumont con le sue inutilità. Dice che in Grecia, anticamente, c’era la pena di morte per chi abbatteva un ulivo.
E quando Urruti torna, mangiano gli asparagi selvatici che ha raccolto. Bisogna cercarli vicino all’arbusto che punge, dice a bocca piena. Sono una delizia. Una parte la custodisce nel tascapane, Dumont protesta. Poi ormai, si sa, comanda Urruti, e su questa stranezza dei ruoli invertiti a Dumont capita di riderci sopra. Mai più l’avrebbe immaginato, che diamine. E anche se dopo Marengo ciò che potrebbe segnalarli in lontananza, come bordature luccicanti e cordelline, è stato eliminato, i gradi sull’uniforme non li cancella nemmeno la più ignobile delle diserzioni.