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IL RACCONTO DELLA DOMENICA

Nonna Angiolina e il portalettere

di Lina Pancaldi Schianchi -

28 giugno 2020, 14:08

Nonna Angiolina  e il portalettere

Tutti la conoscevano come nonna Angiolina. E lei era ben felice di ricevere ogni giorno il saluto dei paesani che passavano. Aveva l’abitudine, anche se il tempo non era clemente, di mettersi, come se fosse in attesa di qualcuno, all’angolo dei portici che finivano sul corso principale del paese. 
Era una donna particolare: un bel viso roseo, i capelli raccolti a crocchio. La veste scura e informe nascondeva la sua struttura un po’ pesante. 
Ogni pomeriggio si appoggiava a quei muri antichi e osservava in via vai della gente. 
Era il suo svago. Sempre le braccia incrociate sull’addome, come fosse una statua, e gli occhi che guizzavano ora a destra e ora a sinistra. Tutti la salutavano con calore e, se mancava un giorno alla sua postazione, si preoccupavano per l’assenza. 
Ma perché nonna Angiolina aveva questa abitudine? Aspettava forse qualcuno? 
Sì. Stava lì perché in casa si sentiva sola e, soprattutto, perché attendeva l’arrivo del portalettere. Aveva due figli che vivevano lontano, all'estero, lavoravano in miniera: aspettare una lettera da loro era la gioia più grande che potesse capitarle.
Non sapeva né leggere né scrivere, e per questo aveva avviato alla bisogna una sua nipote che aveva l’incombenza di rispondere alle lettere che giungevano con regolarità. Per Giulia era una scocciatura: quel lavoro le toglieva qualche ora del suo tempo libero dopo lo studio, doveva sacrificare qualche chiacchierata con le amiche. Nonna Angiolina capiva l’impazienza della nipote, ma quelle lettere che arrivavano e partivano erano un pezzo importante della sua esistenza: il più importante, forse. I due figli erano andati via per cercare un futuro, perché in paese non si riusciva a sistemarsi, si faceva fatica a mettere insieme il pranzo con la cena, ma il lavoro che avevano trovato teneva in pensiero la nonna. Era una situazione sempre pericolosa, tante ore al giorno là a sgobbare sotto terra. 
Quegli scritti nonna Angiolina se li faceva leggere una, due, tre, dieci volte. E ogni giorno i passanti, vedendola con i fogli in mano, la salutavano e con quei saluti la rendevano felice: sapevano che quell’abitudine non era un vezzo, ma la necessità per alimentare la speranza. 

Gli altri figli erano già sistemati, i nipoti stavano facendo il loro percorso. Soltanto la più piccola, Ennia, le stava vicino. Anzi: approfittava della mania della nonna per giocare nella piazzetta di fianco ai portici. Intorno al selciato i colonnotti di marmo erano i suoi strumenti di svago. Girava a zig-zag con la bicicletta e si divertiva come una matta. 

La sera tornavano a casa, mano nella mano: la nonna stanca per la lunga attesa e la piccola sfinita per tanto giocare, sia con il caldo sia con il freddo, e sempre con quella pelliccetta di pecora ormai a brandelli che Giulia le aveva regalato. Ma Ennia, con quella addosso, si sentiva una principessa. Giocare e sognare erano ancora i suoi obiettivi. Quello di nonna Angiolina, invece, era ormai soltanto l’arrivo del portalettere.