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IL RACCONTO DELLA DOMENICA

Ritrovare la strada per raggiungere la meta

23 agosto 2020, 16:19

Ritrovare la strada  per raggiungere la meta

L'estate era entrata nel vivo. In città il sole, oltre la cortina d’afa, arroventava i sampietrini nei borghi. I passanti, per strada, s’affrettavano a ripararsi all’ombra dei palazzi, e le persiane chiuse delle abitazioni dei più fortunati segnalavano che gli occupanti erano evacuati in qualche località turistica per sfuggire al caldo.
 Il giovane, però, non s’era ancora deciso a partire.

Eppure in autunno aveva predisposto tutto, con un’organizzazione efficientissima per assicurarsi vacanze low cost - a basso costo - in una paradisiaca località estera.

Sotto il getto d’aria artica del condizionatore, che invano cercava di tenere a bada il sudore di cui oramai era fradicio, il ragazzo ripassò il suo piano fantozziano.
 Partenza in bus dalla pensilina vicino casa alle sei e un quarto.
 Arrivo in stazione a Parma alle sette in punto. Mezz’ora dopo imbarco sull’interregionale che lo avrebbe portato a Milano Rogoredo, da dove, con coincidenze che sfidavano le leggi dello spazio-tempo, avrebbe raggiunto Linate.
 Così, finalmente, si sarebbe potuto godere il viaggio aereo, in economica, verso la località in cui aveva progettato di trascorrere una settimana di bagordi.

Invece, pensò stizzito il giovane, alla vigilia della partenza sono ancora qui, a sudare, dopo aver passato giorni e giorni incollato al computer per annullare tutte le prenotazioni!

Scorato, passò in rassegna il poster che teneva appeso in soggiorno. Lì, in quella cornice di settantasei per centoquattordici, aveva allestito una mostra dei suoi peregrinaggi in giro per il mondo. 
Avrebbe voluto aggiungere un’altra scorribanda alla collezione, ma, per cause di forza maggiore, il viaggio di quell’anno era definitivamente naufragato.

Gli restava soltanto il piano B. Perché, come ogni stratega degno di quel nome, con la pandemia che non accennava a risolversi, aveva predisposto anche un’opzione di riserva. Peccato che, nonostante il piano B fosse rimasta l’unica via percorribile, non riuscisse comunque a decidersi a partire.

Fu uno sguardo al termometro del bilocale, stabile da un paio d’ore sui ventotto gradi, al netto del condizionatore, a convincerlo a chiudere la valigia. E a dirigersi verso la villetta in Appennino dove, con i genitori, aveva trascorso tutte le estati «dagli zero ai diciott’anni», come diceva con una punta d’ironia.

Salito in macchina credeva di avere difficoltà a ritrovare la strada per raggiungere la meta, una frazione di un Comune montano aggrappata tenacemente alla mezzacosta, invece salì sicuro lungo la provinciale come se non avesse mai smesso di trascorrere le vacanze in quella casa.

«Ben arrivato», lo salutò suo padre, seduto su una sdraio nell’ombra del portico.

Il vento, oltre la voce del genitore, portò al ragazzo anche una serie di sensazioni familiari - il profumo dei pini, il ronzare degli insetti e lo stormire delle foglie - che credeva di aver dimenticato al pari della via per arrivare. Anzi, per tornare.

«Grazie», disse solo. E fu sereno come non mai.