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IL RACCONTO DELLA DOMENICA

L'Annunciazione di Carlo Crivelli

di Anna Maria Dadomo -

11 ottobre 2020, 11:03

L'Annunciazione di Carlo Crivelli

Non un idilliaco paesaggio campestre. Non un ricordo qualsiasi purché felice. Dopo l’abituale ripasso della giornata era, in quel tempo, l’Annunciazione di Carlo Crivelli che richiamava alla mente prima di addormentarsi. Per l’ordine. Il nitore. 
Il silenzio mistico di quella camera ritratta. Con lo sguardo interiore abbracciava tutto il quadro. Poi, lo esaminava lentamente. Sfiorava la Vergine inginocchiata intenta alla lettura dei Sacri Testi, gli oggetti disposti sopra la mensola: la candela, il barattolo, i piatti impilati sul setaccio, la bottiglia, i libri. Oggetti quotidiani. Riconoscibili. Rassicuranti.
 Non c’era traccia di polvere. Nessuna negligenza. Ogni angolo della stanza ben spazzato, ogni cosa che l’arredava tirata a lucido. 
Il letto (lo si intuiva) era stato appena rifatto. Sembrava non ci avesse dormito nessuno talmente era liscio, uniforme. Piano come una tavola. Nessun impronta del corpo che aveva accolto si notava sotto il copriletto verde ricamato al centro con l’altro bordo dorato che cadeva a lato, e il risvolto del lenzuolo immacolato senza grinze e sopra, ben disposti, tre cuscini rigonfi chiusi da nappe dorate. 
Anche la tenda rossa sorretta dal bastone, che sicuramente la Vergine scioglieva prima di coricarsi per proteggere il suo sonno, era ornata da un raffinato ricamo. 
Certo era stata Maria a cucire e a ricamare quel ricco corredo, e gli abiti stessi che indossava, ed era sempre lei che riassettava ogni mattina la camera. 
Ma era a quel letto che il suo sguardo tornava. Nella sua preziosità e perfezione alludeva al sonno della Vergine. Un sonno senza paure.  Un sonno ristoratore. Un sonno celeste. Dove solo gli angeli avevano diritto di visita. 
Ecco perché indugiava a lungo su di lui. 
Era la qualità di quel sonno che desiderava. Che si augurava. Per attraversare la notte. 
Di nuovo distoglieva lo sguardo. Toccava brevemente l’arcangelo Gabriele magnifico nelle sue vesti, nelle sue ali colorate, il giglio nella mano sinistra, a fianco sant’Emidio vescovo che portava tra le mani il modellino di Ascoli, lo Spirito Santo in forma di colomba, Dio Padre che si mostrava nel cielo come luce circondata da angeli, lo scorcio prospettico della via dove si affacciava l’abitazione di Maria, il cetriolo e la mela con la sua ombra in primo piano. 
Ma lo faceva solo per tornare con accresciuto desiderio a quel letto nell’angolo della stanza. 
Al sonno quieto che prometteva. Fino all’alba. 
Quando gli uccellini nelle gabbiette avrebbero ripreso a cantare, le colombe sui pali a tubare, il tappeto sarebbe stato steso sul davanzale della loggia al primo piano, e il pavone sul cornicione avrebbe lanciato il suo richiamo. 
E quando la via sarebbe tornata vuota di angeli e santi e persone, la bambina, che sbirciava da dietro il parapetto, avrebbe sceso svelta la scala per guardare in punta di piedi dentro la stanza della Vergine attraverso la grata. 
Le piaceva fingersi quella bambina. Si addormentava. Tranquilla.