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IL RACCONTO DELLA DOMENICA

Aspettavo l'autobus e ascoltai una frase

di Andrea Tinterri -

18 ottobre 2020, 12:28

Aspettavo l'autobus  e ascoltai una frase

Ascolta il mio consiglio, non andarci. – Mi ero buttato a capofitto in quella frase rubata per strada.

Stavo aspettando l’autobus, credo fosse la terza volta nella mia vita, mi spostavo in macchina, l’unico mezzo in cui credevo veramente: un esocheletro che ti porta ovunque, proteggendoti da agenti esterni e dalle persone che non vorresti mai vedere. Una Panda con un fanale rotto e mai fatto riparare, mi aveva lasciato a piedi pochi giorni prima, adesso era parcheggiata da un meccanico di fiducia (nel senso che il suo viso mi sembrava rassicurante e il preventivo piuttosto onesto). Era agosto, ero rimasto in città (nord Italia), stavo aspettando un autobus dopo aver guardato gli orari appiccicati sul palo vicino alla pensilina, era l’unico modo che avevo per spostarmi, non consideravo l’opzione del taxi. Avevo quasi quarant’anni ed ero terrorizzato dal tempo e dalle cose che avrei voluto fare e non avrei mai fatto (considerazioni comuni alla maggior parte delle persone che conoscevo, ma a differenza loro io non ci dormivo la notte).

L’autobus sarebbe arrivato tra dieci minuti, almeno queste erano le previsioni. Dovevo andare ad un colloquio di lavoro, strano in agosto, avrei dovuto controllare gli ingressi in un parcheggio privato, strano non lo facesse già una macchina. Un lavoro ripetitivo che non richiede competenze particolari, ma che ti restituisce quel piccolo senso di autorità che si annulla definitivamente alla fine del turno. Due minuti prima era passata una donna sulla cinquantina, mi aveva sfiorato il ginocchio, sembrava avesse fretta, stava telefonando:

- ascolta il mio consiglio, non andarci. –

Una frase che sembrava cadermi addosso, come se non dovessi accettare quel lavoro (perché faceva schifo, perché sottopagato, perché avrei avuto troppo tempo per pensare alle cose che non avrei fatto, chiuso in un gabbiotto di vetro e metallo). La sua voce mi ricordava quella di una mia vecchia insegnate del liceo, letteratura e latino. Ci aveva fatto leggere Zola ed Orazio, ricordo molto poco di quelle letture, a volte affiora qualcosa, ma brandelli che faccio fatica a ricollocare.

Sapevo che quel lavoro sarebbe stato provvisorio, ma sapevo anche che avrei fatto fatica ad abbandonarlo, sono stanziale, abitudinario ed ideologicamente contraddittorio.

- Ascolta il mio consiglio, non andarci. –

Vedevo l’autobus avvicinarsi in lontananza, sempre più grosso, un incedere lento, un lungo drago che sbatte la coda ad ogni sussulto della strada. 
Avevo caldo, indossavo una camicia azzurra e la sera prima avevo mangiato una bistecca con contorno di insalata, abitavo al quarto piano di un palazzo  databile tra gli anni Sessanta e gli anni Settanta. Nel gabbiottino del parcheggio avrei potuto leggere, ascoltare musica, cercare un nuovo lavoro, ma probabilmente avrei provato ad immaginare la vita di chi mi passava davanti, mi sarebbe piaciuto.

L’autobus si era appena fermato davanti alla pensilina, aveva spalancato le porte, c’è poca gente in città alle 14.30 del 18 agosto.