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il racconto della domenica

A scuola di melodramma tra Verdi e Toscanini

25 ottobre 2020, 11:28

A scuola di melodramma tra Verdi e Toscanini

Sono stati molto gentili Ubaldo Bertoli e la moglie Gianna quando anni fa stavo scrivendo la monografia su Arturo Toscanini per la Utet. 
La signora Gianna, una Montani, una parente quindi della madre di Arturo, sapeva molte cose sulla fanciullezza del Maestro. Le parole dei Bertoli erano verità. Ubaldo vi aggiungeva una dose di simpaticissimo umorismo, sorridente sotto i baffoni da partigiano, l’esperienza che Ubaldo aveva vissuto in prima persona, scrivendo testi narrativi esemplari, “cose d’una verità e d’una poesia che non hanno l’uguale nella nostra letteratura della Resistenza”,  per la loro “virile dolcezza”, le giudicò Attilio Bertolucci.

Nella descrizione di Toscanini vecchio poi riuscì a darmi con le parole un ritratto perfetto di Lui. Con l’età il viso del grande direttore faceva pensare a un vecchio giudice, là nella casa di via Durini a Milano. Lunghi pomeriggi in cui il Maestro taceva imbronciato o parlava, quasi tra sé, di argomenti musicali sui quali Bertoli manteneva un rispettoso silenzio. 
Dal cortile veniva il suono di un pianoforte, strimpellato da una manina inesperta e impacciata. Toscanini era infastidito, ma non voleva infierire. 
Soltanto non dovevano imporre la musica ai bambini se non erano dotati. Come in quel caso, in cui i genitori si ostinavano a pretendere dei risultati impossibili dalla loro figlioletta, che amava la tastiera tanto quanto l'olio di merluzzo.

Aveva torto, commentava Bertoli: imparare è un sacrificio… e proprio un inflessibile istruttore come il mitico musicista parmigiano lo sapeva bene. 
Fin da fanciullo quando andava coi parenti al Teatro Regio su al loggione per la stagione lirica, sferzava interpreti in scena o in buca senza alcuna pietà, e anche il pubblico della sua Perma cadeva sotto gli strali del demone enfant…

I racconti di Bertoli mi riportavano con molta nostalgia ad altri giorni trascorsi con suo fratello Pippo nella Tipografia Nazionale di Azzoni, quando con Marcello Pavarani stampavamo i primi faticati bollettini dell'Istituto verdiano. 
Pippo, fantastico caporedattore uguagliava lo spirito del fratello e in sostanza era uno spasso, in parte la sua presenza ci confortava in giornate lavorative senza orari, fino a tarda notte, al seguito di Mario Medici il fondatore di quella geniale, ambiziosa impresa. Medici pensava di unire la ricerca bibliografica allo spettacolo teatrale, all’opera. Bisognava fare in fretta intanto che i finanziamenti si profilavano come possibili in quel di Roma dove tutto scivola. 
Per assenza di mezzi Parma aveva già perduto Toscanini, il profeta di Verdi: sarebbe stata una nuova sconfitta perdere anche questa nascente ‘università del melodramma’...

Oggi cosa pensa di fare la sopraggiunta dirigenza dell’Istituto? Noi vecchi non sappiamo rispondere, siamo collocati a riposo e non sono pochi a ritenere insignificanti i nostri contributi trascorsi. Qualcuno pensa che ci occupavamo d’altro: stranezze del tempo che fugge, una delle tante storie d’Italia, della sua cultura, che dimentica  in fretta. Troppo.