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Il racconto

La storia di Bruna e dei suoi otto figli

01 novembre 2020, 09:48

La storia di Bruna  e dei suoi otto figli

di Lina Pancaldi Schianchi 

Questa è la storia di Bruna, una donna piena di coraggio. Soprattutto, una grande lavoratrice. La sua era una famiglia numerosa: aveva sette figli e un marito che stava più all’osteria che a casa.
 I bambini erano allo sbaraglio. Bruna sperava sempre che il buon Dio li proteggesse. Fermo, Maria, Viliana, Ernesto, Giuseppe, Amedeo, Ennia: tutti nati dal 1934 al 1943.

Fermo, il più grandicello, aveva il compito di sorvegliare i fratelli. La mattina Bruna li lavava e li vestiva come meglio poteva, ma erano sempre sulla strada e si conciavano in modo indecente. 
Quando arrivava la sera dagli abiti mancava di tutto: i bottoni, una bretella dei pantaloni, e le sottane avevano sempre l’orlo sfatto.
 A mezzogiorno il pranzo era un piatto di minestra che Bruna lasciava nella pentola sulla stufa.

A uno dei bambini, e precisamente a Giuseppe, capitò una cosa molto dolorosa. 
Stava giocando sulla strada, davanti a casa, quando una signora che abitava al piano terra buttò una pentola di acqua bollente dalla finestra e colpì il bambino che si scottò su tutto il corpo.
 Povero Giuseppe! Quanto tempo trascorse all’ospedale per guarire da quelle ferite! I vestiti nascondevano i guai più gravi, anche se i segni sul ventre rimasero per tutta la vita. 
Bruna era disperata e per qualche tempo rimase a casa con i bambini, ma presto i bisogni quotidiani la portarono a tornare al lavoro. 
Maria e Viliana erano le più tranquille, stavano spesso sedute sui gradini di casa con i loro ditini in bocca: una con il pollice, e l’altra con il medio e l’anulare. 
Ennia, la più piccola, scappava sempre e Fermo doveva cercarla da qualche famiglia vicina: era la più coccolata, ma anche la più birichina. 
Una signora le regalò una pelliccetta di pecora che era stata di sua figlia. 
In poco tempo Ennia aveva rotto le maniche perché le impedivano i movimenti quando giocava.

Lo zio, il fratello di Bruna, aveva preso l’abitudine di riunire tutti i bambini, ogni domenica, e portarli al cinema. 
Così per qualche ora almeno non li vedeva gironzolare in mezzo alla piazza. 
Li consegnava alla «maschera» addetta all’entrata, che li metteva in prima fila: occupavano tutte le sedie. Almeno Bruna, per qualche ora, era tranquilla e poteva mettere in ordine la casa che era un vero caos.

Gli anni passarono, i bambini si fecero grandi. La mamma rimase vedova e presto trovò un compagno che l’aiutò a crescere i figli. I più grandi trovarono piccoli lavori, ad esempio consegnavano la spesa nelle case, mentre le ragazzine aiutavano Bruna nelle abitazioni dove lei era «a servizio». Tutto filava liscio, ma Bruna rimase di nuovo incinta. 
E dopo dieci anni nacque Luciana. Trascorso il periodo dell’infanzia, la misero in collegio. Fu così che i fratelli più grandi pensarono di farla studiare. 
Lei divenne la maestrina di casa e in questo modo i suoi fratelli di strada si sentirono riscattati.