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il racconto

Le cesoie e il taglio dei germogli del glicine

di Anna Maria Dadomo -

15 novembre 2020, 11:17

Le cesoie e il taglio dei germogli del glicine

A volte faceva delle cose stupide. La colpa, in quel caso, era delle cesoie. Un bisogno di tagliare quando le si aveva in mano. Aveva già tagliato i numerosi polloni ai piedi del tiglio. Quelli degli olmi che spuntavano dal tronco, piantine selvatiche dappertutto, che bisogno c’era di insistere su quei lunghi germogli di glicine diretti senza incertezze sotto il portico? Da quando la pianta madre era stata recisa – e smantellato il pergolato sul quale si adagiava per fare posto, ahimè, al parcheggio – l’energia radicale, che ancora pulsava sotto terra, aveva generato ciuffi di germogli. Ovunque. 
 Molti sbucavano nel prato dove poi crescevano lunghi e coperti di foglie, e allora, camminando, bisognava stare attenti a non incespicare in quei dorsi crestati, in quelle code selvatiche di iguane tropicali. Altri, nati vicino al tronco principale, avevano formato, tanto erano numerosi, un groviglio fitto e spumeggiante di giovinezza e vitalità attorno alla lampada sul retro del giardino e che, proprio in virtù di quell’abbraccio serrato, non dava più luce. 
Da questo garbuglio intricato, alcuni getti, tra i tanti che si innalzavano esuberanti verso il cielo e poi ricadevano, avevano scelto una strada diversa che non quella di assomigliare agli zampilli di una fontana. Preferendo, insieme all’edera, dirigersi verso il muretto al confine del giardino padronale. 
Dopo averlo conquistato con facilità, erano discesi dall’altra parte per abbracciare strettamente quanto restava della vecchia balaustra (un moncone di cimasa sorretto da tre pilastrini traballanti) conferendo a quel rudere un’aria da rovina sublime e poetica. Nessuno di questi era stato tagliato. 
E neppure uno tra quelli che, avviluppati al tubo di scarico dell’acqua piovana, progettavano, allo scoperto, la conquista del tetto. Le cesoie invece non avevano risparmiato i germogli che stavano tentando la via del portico. Erano tre e correvano in solitaria. Ben aggrappati al muro ruvido e caldo gli apici, tastando con cura, avevano girato attorno all’arco, si erano affacciati al portico, da lì accennavano a ovest per incontrarsi, a lasciali andare, con altri del tutto somiglianti che già penzolavano baldanzosi dal portoncino di legno e dove sembravano aspettarli. Invece no. Tagliati e buttati nella carriola. Arbitrariamente. Non c’era alcun bisogno di farlo. Non davano nessun fastidio. Anzi. Con le loro piccole foglie prima color bronzo e poi verdi avrebbero ingentilito come un fregio quel vecchio muro scrostato, coperto buchi e spaccature, costringendola a sostituire i fiori azzurri di plastica sbiaditi e impolverati. 
Bisognava spazzare con più frequenza il portico perché le foglie sarebbero cadute? Le avrebbe fatto solo bene. La colpa era delle cesoie. Però poteva rimediare. Bastava prendere le estremità flessibili di qualcuno di quei germogli, piegarli e indirizzarli nel senso di quelli sacrificati. Stare a vedere. Correggere, se era il caso. Sì. Vado subito a farlo.