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IL RACCONTO DELLA DOMENICA

Lungo il sentiero con la fiala di cianuro

22 novembre 2020, 09:36

Lungo il sentiero  con la fiala di cianuro

Nascosta la vecchia utilitaria nei pressi di un antico e fatiscente rudere, aveva imboccato il tratturo che l’avrebbe portato sull’obiettivo, come si diceva nel suo gergo. Era circa mezzo secolo che mancava dalla terra natia. Partito per la guerra dei Balcani, non vi aveva più fatto ritorno. Troppe e complicate, entrato nella cosiddetta Organizzazione, le circostanze in cui era stato coinvolto. Combattuto in trincea e sui fronti, aveva poi conosciuto l’altra faccia dei conflitti bellici: lo spionaggio, dal quale non fu più capace di riemergere; la gravità delle operazioni svolte, non gli consentiva defezione alcuna; troppi i segreti che tali dovevano rimanere. Tanto che se l’ Organizzazione avesse appena dubitato della sua salute mentale, sarebbe finito in malo modo. Consapevole di essere verificato, si comportava al meglio. Esecutore di ordini, sovente da voltastomaco, non poteva agire di propria iniziativa. Ma ora, da molto, l’ Organizzazione non gli assegnava incarichi. Vecchio, non era più quello di un tempo. Scapolo per scelta e per necessità, aveva solo un nipote, figlio di suo fratello defunto. Un ragazzo in gamba; alla periferia di M. gestiva un bar che lui, a scopo cognitivo, aveva qualche volta frequentato. Avrebbe voluto parlargli, abbracciarlo. Ma il controllo dei sentimenti era uno dei suoi capisaldi. Così sentiva il ragazzo soltanto al telefono. Il quale non nascondeva il desiderio di conoscerlo. Lui rinviava sempre. Pensava questo e camminava, con affanno, lungo l’erta di un sentiero. Di media statura e asciutto, i capelli bianchi rasati, gli occhi blu e gelidi, in spalla aveva uno zaino con dentro bombe a mano e due pistole israeliane col silenziatore. Prima volta del suo lavoro, avrebbe anteposto una questione personale ad una di quelle di stato. Era infatti lì per attuare quanto andava progettando da una vita: uccidere il violentatore che aveva ammazzato la sua ragazza, affinché non parlasse. Tutto per occultare gli scambi di favori e di delitti fra certe frange di resistenti e nazisti. La sua ragazza, staffetta partigiana, ne era a conoscenza. Adesso lui, finalmente, avrebbe agito con la stessa spietatezza con cui assolveva i compiti affidatigli dall’Organizzazione. Ma doveva concludere in fretta e non lasciare tracce. Il tramonto di quel giorno d’aprile del 1995 del secolo scorso sfiorava i boschi con gli stessi colori di quando era bambino. Ma ad un agente segreto della sua portata neanche emozionarsi era concesso. Già si era appostato di fronte la casa dell’assassino dell’unica donna amata; appena fosse comparso, gli avrebbe sparato. Nel caso di imprevisti, si sarebbe coperto la fuga con le bombe. Presa una sigaretta dal taschino della camicia, incappò nella custodia della fiala di cianuro, da usare in caso di emergenza. Diversi suoi colleghi vi erano ricorsi. Ma non era il momento di rivangare il passato. Doveva concentrarsi. Sulla terrazza della casa vide infine un vecchio: camminava col bastone, ma il suo contegno, ardito e sprezzante, lo indispose come non mai. Troppo facile sparargli. Doveva semmai andarlo a trovare e conversarvi. Poi al momento giusto, puntatagli la pistola alla tempia, gli avrebbe offerto la fiala di cianuro.