Sei in Racconto di domenica

Il racconto

Quel blu che mi è penetrato nell'anima

07 febbraio 2021, 10:11

Quel blu che mi è penetrato nell'anima

Blu. Per me è il colore del sogno. La zia Silene, la sorella più giovane della mamma, sposata a un ricco commerciante di bestiame, abitava in una casa padronale d’altri tempi, nella campagna di Fontanellato. E in questa casa dove tutto era “issimo”, con un frigo-dispensa che si dimostrava ogni volta una cornucopia ripiena di ogni ben di Dio gastronomico; in questa casa dove ogni stanza era riscaldata, dove scorreva l’acqua corrente, fredda e calda, e dove vetri e pavimenti sfavillavano di pulizia; in questa casa da favola c’era una grande “camera blu”. Era la sala degli ospiti, dove la zia e lo zio intrattenevano me e mio padre ogni Vigilia di Natale, il giorno della visita annuale con il panettone Motta e due bottiglie di Asti Spumante.

L’attesa di quella stanza blu era talmente forte che per me diventava uno dei caratteri distintivi delle Feste. Un anno, però, e non era Natale, il blu diventò improvvisamente legato anche a un’altra esperienza.  Di fianco a noi sorgeva una bella casa padronale, abitata dai Delledonne (adesso, esattamente sullo stesso luogo, passa l’Alta Velocità, e di quella vasta dimora con terrazzo non è rimasto nemmeno un mattone). Delledonne: già il nome dei proprietari suscitava in me, che passavo quasi tutta la giornata in piacevole compagnia di zie, sorelle e nonna, una sorta di attesa felice. Con un cognome così, non potevano che essere gente interessante. Ogni mattina, mentre andavo a prendere il latte con il pentolino nella stalla vicina, non mancavo di dare un’occhiata a quella grande villa, tanto più bella e ben tenuta di casa mia, con una voglia matta di poterci entrare e scoprirne tutte le stanze.

Ed ecco che il desiderio si avvera. Nasce Gino, il primo figlio di Romano e Miriam Delledonne. Allora si nasceva ancora in casa, e dunque bisognava aspettare qualche giorno prima di poter far visita alla puerpera. Non immaginavo certo che le mie sorelle mi avrebbero preso con loro, il giorno della presentazione di Gino ai vicini... Invece sì, faccio parte della spedizione.

Entriamo dal grande portone, un lungo corridoio, e poi due rampe di scale. Al primo piano ci sono le stanze da letto, dappertutto silenzio, tende tirate, semioscurità e odore di pulito e borotalco. Passiamo quasi subito nella stanza della puerpera. Il viso dolce di Miriam, gli occhi un po’ stanchi, la pelle pallida e, soffusa in tutta la stanza, una luce blu da sogno, riverberata dalle tende azzurre. Una tela del Vermeer, là al Castelletto, con la mamma fiera del suo bambino e il piccolo Gino che si faceva sentire dalla culla. “Ha fame”, dice debolmente Miriam. Si alza, si apre la camicetta, si toglie una garza dal seno gonfio di latte e offre il capezzolo allo strillante Ginetto. Dio, che emozione. Dio, quel blu che mi è penetrato nell’anima e quella meravigliosa, irripetibile sensazione erotica (sì, puro eros distillato) di quel seno offerto alla bocca avida di un bambino.

Blu è il colore dei miei sogni. La stanza blu dei ricchi, lo stupore di un mondo superiore al mondo di noi comuni mortali. E la luce blu della vita nuova, legata al dolce seno di una donna dal sorriso incancellabile.