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Il racconto

La strana mattina delle cose storte

di Luca Cantarelli -

14 febbraio 2021, 10:50

La strana mattina  delle cose storte

Sentiva che il preside diceva e ridiceva, ma non riusciva ad afferrare il contenuto del discorso. Non riusciva a concentrarsi. La vista di un quadro storto, fortemente storto, lo disturbava distraendolo. Era come se entrambi, il preside e il quadro obliquo, parlassero ad alta voce. Solo che quella del quadro sovrastava di gran lunga quella del preside, e si ripeteva all’infinito in un gioco di echi. Lui non sopportava il disordine. Era già il terzo oggetto fuori posto che doveva sorbirsi, quella mattina.

Il primo era stata la tendina del pullman scolastico, sollevata a metà di sghimbescio. Sistemarla non era stato un problema. Semmai, il problema era venuto subito dopo, in classe. E adesso. Adesso avrebbe voluto alzarsi e raddrizzare il quadro quel tanto che bastava da rendere la parte inferiore della cornice parallela alla linea del battiscopa. Provava solletico alle mani, nei polpastrelli in punta di dita.  Ugualmente si tratteneva. A fatica, però si tratteneva. Aveva promesso, e le promesse sono sacre. Non si possono piegare le promesse all’ingiù. Storto per storto, meglio un quadro piuttosto che una promessa di sbieco.

- Fin qui mi segui? – diceva l’uomo azzimato, dietro la scrivania. Odorava di fumo. Lui fece di sì con la testa in un riflesso meccanico, un balzo al di fuori della carreggiata al transito improvviso di un camion. - Dacché il mondo è mondo …. - Però che fastidio. Che prurito. Lo stesso genere di fastidio avvertito poco prima. Allora si era alzato, in piena lezione, a dare il giusto equilibrio alla cartina politica dell’Italia. L’insegnante non aveva gradito. Lui aveva reagito. Morale: - in presidenza! - E lì daccapo, per la terza volta. Una giornata iniziata male, che poteva solo peggiorare.

Sebbene il quadro, un modesto dipinto a olio, raffigurasse una luna splendente su un mare cobalto, non colse l’ironia della situazione. Del resto, lui era attratto dall’angolo basso a destra, che puntava in fondo come una freccia direzionale. S’accorgeva solo di quel dato. Ovviamente il lato opposto tendeva verso l’alto. Eppure lui si focalizzava sempre sulla parte che assecondava la forza di gravità, quella più fragile, destinata a cadere per prima.

- … e con questo è tutto. Spero di essere stato chiaro. – - Signorsì signore. – Notò che anche gli occhi del preside avevano gli angoli curvi, inclinati verso terra. Odorava di sigaro. Il preside tacque. Prese un lungo respirò, prima di congedarlo. - Bene, puoi andare.  - Grazie, signore. - Che non si ripeta! – concluse, guardandolo con ardore. Anche il bambino lo guardò, con meno ardore.

- Signorsì, signore. - Infine si alzò, sollevando appena la sedia per non trascinarla, come gli avevano insegnato. Indietreggiò di qualche passo, senza voltare la schiena. Ugualmente, riuscì a non calpestare le fughe delle piastrelle sul pavimento. Prima di richiudere la porta e guadagnare il corridoio, gettò un ultimo sguardo al quadro. Che pendeva, inesorabilmente verso il basso.