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IL RACCONTO DELLA DOMENICA

L'edicola, la carrozzina e «L'idolo maya»

di Emanuele Marazzini -

14 marzo 2021, 11:44

L'edicola, la carrozzina e «L'idolo maya»

Sulla piccola saracinesca spiccavano macchie più chiare, chiazze di vernice a coprire sgraditi graffiti. L’edicola - chiostro verde scuro -  era la sola rimasta nel quartiere e piantonava l’ingresso di due palazzoni gemelli adibiti ad uffici. Correva il 2004, settembre, primo freddo. Roberto, dopo la consueta colazione al bar, aprì i pacchi ed iniziò ad infilare i giornali e le riviste negli espositori. Il profumo della carta stampata gli invase le narici, sporcando di nera polvere i polpastrelli. Alla fine entrò nel ventre dell’edicola, sedette sullo sgabello e fece scorrere il vetro di una spanna, pochi centimetri liberi per poter prendere gli spiccioli dei clienti.

In quello spiraglio lo vide. Pietro stava dall’altro lato della strada, una donna volitiva a spingere la sua carrozzella; inconfondibile la coperta che gli nascondeva le gambe. Da quanto tempo si evitavano? Mesi, anni... «Non riesce più nelle parole crociate. Ti ricordi quanto le adorava?» lo aveva aggiornato Debora, la sorella, un’estate di secoli prima. Ormai aveva smesso di rinfacciargli “il mancato aiuto nella gestione paterna” com’era solita fare via sms prima della rottura, in piena armonia con il burocratese che usava ogni giorno all’Agenzia delle Entrate. Debora, Debora. Aveva sempre detto di volersene andare; quale città del nord Italia l’aveva sedotta? Secondo Facebook una figlia era in arrivo. Si era sposata dunque? L’unico indizio erano mani maschie sul grembo di lei in una foto intima perciò sfocata, dozzinale. Roberto non aveva notizie dei parenti più stretti da prima del Brasile, dove si era esiliato per un po’, fiero di saper tagliare ponti e vivacchiare nella giungla dell’egoismo. Stipati nello zaino portava pigrizie, errori, fatalismo: Ingegneria lasciata a mezza tesi, una convivenza sfiorita subito, il lento spegnersi della madre e il rabbioso sospetto di essere superfluo. Al rientro, soltanto lo zio Dario si era palesato. Davanti ad una birra gli aveva fatto la proposta: rilevare la sua edicola, assumersi qualche responsabilità. Insomma, per una volta andare fino in fondo. «C’è da spaccarsi la schiena, ma almeno non perderai tempo». Il nipote aveva detto sì perché di no quella sua benedetta schiantata famiglia ne aveva ricevuti molti e troppi proprio da lui.

La badante fermò la carrozzella, doveva asciugare il mento del vecchio. Roberto, strozzato nell’edicola, ebbe come un rigurgito interiore: niente affossa quanto sbirciare la serenità dispensata a chi ami da mani non tue. Ripartivano, eccoli doppiare un tiglio e un furgone mal parcheggiato. Roberto duellò con l’imbarazzo, vinse ed uscì dal suo covo con un fumetto nella destra. Era Mister No n. 352, «L’idolo maya»: sulla copertina l’eroe che stringe una preziosa statuetta, alle spalle un indio minaccioso. Pietro glielo leggeva da bambino, il divano del salotto pronto a farsi amaca tesa tra tronchi di teak e sandalo. «Ciao, papà» buttò lì Roberto, indeciso nella voce e nei modi. E gli diede imbarazzato il giornalino. Pietro fissò prima il figlio poi il fumetto; nella sua mente realtà ed esotismo, cozzando insieme, produssero una sola scintilla di lucidità. Così chiese: «Ripartiamo?».