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Il racconto

Nisio e l'uomo senza volto vestito di nero

di Vincenzo Pardini -

11 aprile 2021, 09:05

Nisio e l'uomo senza volto vestito di nero

Nisio Annibaldi era un bambino di sette anni con un’intelligenza sensibile e precoce. Suo nonno, maestro elementare, anzi tempo gli aveva insegnato a leggere, scrivere e far di conto. 

Siamo nel 1830 e lui e i genitori erano emigrati in California. Il padre lavorava nella scuderia attigua al saloon, la madre nella cucina del medesimo; a lui avevano dato l’incombenza di sorvegliare le valigie che qualche viaggiatore depositava nel retro del saloon. Il tempo passava ma Nisio non riusciva a liberarsi dall’esperienza del viaggio: non solo di quanto aveva veduto e vissuto, ma anche sognato. Partiti una mattina presto dal paese nativo altro non avevano fatto che camminare a piedi e in diligenza fino al porto di Genova. Imbarcati su un veliero, dopo giorni di tribolazioni, erano infine giunti sulla terra ferma. Da lì, al seguito di una carovana giunsero dove si trovavano adesso. Di notte, avvolto in una coperta, dormiva poco e male sul carro; quando stava per appisolarsi veniva spesso destato dal verso del coyote: una sorta di lamento misto ad un ululo che, chissà perché, gli riportava alla mente i nonni al momento dei saluti. La nonna piangeva e il nonno stringeva il bocchino della pipa coi denti. Se poi cadeva nel torpore, sognava un uomo alto, elegante e vestito di nero, di cui mai scorgeva il volto. All’alba, la carovana riprendeva la marcia nella prateria al cui orizzonte, un pomeriggio, si delinearono grandi e scomposte montagne di roccia rossastra, oltrepassate le quali, finirono dove adesso vivevano. Nisio, quando non era occupato nei suoi compiti, trascorreva il tempo un po’ con la madre e un po’ col padre nella scuderia dei cavalli di passaggio. Accadde che tra allevatori di vacche ci furono dispute e risse nel saloon, dove qualcuno sparò, uccidendo lo sceriffo. I genitori gli proibirono di non uscire dalla stanza delle valigie. Intanto i suoi sogni continuavano ad essere turbati dall’uomo nero, di cui mai vedeva il volto.

Sua madre si era accorta che non stava bene e voleva portarlo da un medico, ma al momento non poteva: stava per arrivare un marshal che doveva arrestare gli assassini dello sceriffo. Un pomeriggio Nisio, andato al suo tavolo, lo trovò occupato da una borsa militare, su cui erano stampate delle parole che avrebbe voluto leggere, ma fu attirato da un forte vociare. Svelto, andò ad una finestrella che dava sul piazzale del saloon. Di profilo, come gli accadeva nei sogni, scorse l’uomo elegante e vestito di nero, fronteggiato da due individui d’aspetto selvaggio. Non capiva cosa stesse avvenendo, finché echeggiarono degli spari e vide i due uomini precipitare a terra. Spaventato, rientrò nella sua stanza; appena seduto si trovò accanto l’uomo che si sognava, il quale, carezzatagli la testa, si allontanò dandogli appena il tempo di leggere la scritta di lettere metalliche inserite nel cuoio della borsa: Major Jodo Cartamigli. Ancora una volta non era riuscito a vederlo in volto. Negli anni, avrebbe tuttavia continuato a sognarlo, fino a scoprire che i sogni, quelli veri, non tradiscono mai.