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Il racconto

Andare incontro alla primavera

di Anna Maria Dadomo -

18 aprile 2021, 08:38

Andare incontro  alla primavera

Aveva raccolto erbe novelle, cicoria, ortiche che ricoprivano fittamente il prato. Ne avrebbe fatto una insalata, una frittata, un infuso, una zuppa. E il mazzetto di fiori gialli e amari del tarassaco lo avrebbe messo in un bicchiere sul tavolo della cucina. Tutto questo andava bene. Ma non bastava.

Si era seduta al sole vicino alla vecchia arnia sfasciata a godere quel tepore meraviglioso in compagnia del gatto coricato sul tettuccio di zinco. Ma non bastava. Le capitava spesso: andava in giardino e se non si dedicava subito a qualche lavoro, ecco che si insinuava in lei un’insoddisfazione fastidiosa che la faceva sentire, al cospetto di quella dispiegata vita vegetale, un banale spettatore, se non un intruso. 
Certi giorni non trovava la strada: i sentieri non portavano da nessuna parte. 
E lei restava ai margini. Muta. Insoddisfatta. Viveva quell’esclusione come una mancanza d’immaginazione.

L’erba era fresca, brillante. Giorni prima aveva raccolto i rami secchi caduti dagli olmi, e adesso il prato appariva liscio, luminoso segnato dalle ombre proiettate dagli alberi, e già vi nascevano le viole. Che avrebbe colto affondando con gioia la mano tra le foglie umide in cerca del lungo stelo. Ma intanto cosa fare per entrare nel cuore di quel verde? Per esserne parte? 
D’un tratto abbandonò gli attrezzi e la carriola. Tornò in casa. Aprì la scarpiera. E incominciò freneticamente a cercare «quei sandali». Era tanto che non li indossava. Solo un paio di volte da che li aveva comprati. 

Non perché avesse sbagliato numero (anche se purtroppo qualche volta era capitato), o perché non le piacevano più, no, semplicemente non c’erano più state occasioni pubbliche per sfoggiarli. Ormai non si andava più da nessuna parte. Ma non se ne rammaricava: che bisogno aveva? 
Le conversazioni la stancavano, il cibo non la interessava e perdere tempo prezioso adesso che stava invecchiando, le era inconcepibile quando in casa e nel giardino c’era tutto. Proprio tutto.

Ecco la scatola. L’aperse. Avvolti per bene nella carta velina con le bustine di silicio contro l’umidità apparvero i sandali che cercava. Li prese in mano. 
Davvero belli quei sandali gioiello a tacco basso, di vitello azzurro spazzolato (non bagnare assolutamente! macchie indelebili!) con quella serie di cristalli che mandavano grandi flash di luce colorata: blu, arancio, verde…danzanti allegri festosi. Quello che ci voleva. Tolse scarpe e calze, e li infilò sul piede nudo. 
Tornò in giardino. L’erba le solleticava le dita, le caviglie, la rugiada la faceva rabbrividire di piacere. Rise. 
Era eccitante andare dai muschi nascosti, dai fiori selvatici calzati di quei sandali che brillavano al sole nei colori dell’arcobaleno. Fatati. Era per questo che a Pasqua, da bambini, c’era l’usanza delle scarpe nuove? Per camminare nell’erba tenera? Passare sotto l’arco trionfale dell’azzurro? Della luce? Andare con qualcosa di nuovo incontro alla primavera? Alla rinnovata felicità della terra?