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Il racconto

La donna del tiro a segno e lo sgherro

di Vincenzo Pardini -

25 aprile 2021, 10:47

La donna del tiro  a segno e  lo sgherro

Da anni, per puro diletto diceva, la signora Flora M. andava al poligono di tiro, poco lontano dalla città. Caricato sulla Fiat 500 blu il vecchio cane lupo grigio dalle zampe posteriori un po’ claudicanti, si immetteva nel traffico. D’inverno lo faceva nel pomeriggio, d’estate verso sera, proprio quando il tramonto le imponeva l’uso degli occhiali neri. 

Arrivata, cane dietro, entrava nel loggiato del poligono; l’addetto di pedana, subito, le assegnava il posto. 
Lei, tratta dalla borsa la sua Bernardelli calibro 7,65, messe le cuffie alle orecchie, sparava 15, 20 colpi. Talvolta 30. Accadeva quando non era riuscita a piazzare almeno dieci pallottole nella fronte della sagoma. Soddisfatta, col cane che l’aveva attesa, tornava alla macchina. 

Se era bel tempo faceva una passeggiata fino a raggiungere un promontorio da cui poteva ammirare il mare e il lago di Massaciuccoli, una grande chiazza blu in contrasto coi colori del mare, sempre sfumati è sovente caliginosi. Parcheggiata la vettura nei pressi di un uliveto, raggiungeva col cane i pressi di un frantoio. 
Un luogo che gli era caro. Bambina, c’era venuta tante volte con suo padre, che quel torchio gestiva, e ci lavorava durante il periodo della frangitura. 
Coi carretti trainati da buoi, vacche e asini, arrivavano i contadini a scaricare le balle di iuta piene di olive. Gente rude, ma dai modi, almeno con lei, gentili.
 Le si riempiva la mente di immagini e, sospirando, carezzava la testa del cane che, a muso in su, gli occhi ispessiti dall’età, la guardava. Bei ricordi. Ma, da qualche tempo, anche questi la facevano soffrire. Doveva stare attenta alla sua memoria. 

Da momenti di dolcezza e generosità, poteva passare ad attimi di odio e di furore incontenibili. Le era accaduto invecchiando. Forse perché temeva di non poter portare a termine un progetto ambizioso quanto terribile, che cercava di nascondere perfino a se stessa. 
Risalita in macchina, tornava a casa. Un piccolo appartamento situato in un vicolo ombroso, nel centro città. 
In quegli anni Settanta del secolo scorso, era assai anziana, ma ancora di bella presenza. Alta, un po’ formosa e molto curata, aveva lunghi capelli neri e gli occhi blu e gelidi tirati all’insù. 

Alla stregua del cane, camminava zoppicando. Con gli amici discorreva, immancabilmente, dell’uccisione del suo unico figlio, avuto non si sapeva da chi, per mano dei fascisti. 

Appena diciassettenne, l’avevano assassinato senza alcun movente, sosteneva. Ma lei sapeva chi era stato. Uno scherano della banda Carità, adesso in Argentina, i cui componenti, il tribunale di quel piccolo e infame capoluogo aveva mandato assolti. Non poteva essere altrimenti. Il regime mussoliniano aveva emesso la prima condanna a morte, a carico di un invalido marxista e reduce della Prima guerra, proprio tramite tale corte. 
Più che mormorarle, queste affermazioni Flora le sibilava, gli occhi ancora più freddi. Sebbene non suffragate da nessuna prova, su di lei circolavano tante dicerie: persino che, in gioventù, avesse lavorato nei postriboli e che avesse affiancato un celebre criminale in una rapina di banca, con tanto di sparatoria e feriti. 

Con le sue amiche più intime, non mancava di rievocare l’indole del figlio. Dolcissimo e indifeso, lo spaventavano i lampi e i tuoni dei temprali, proprio come accadeva al cane lupo.  Lei l’amava tantissimo, specie da quando aveva capito che non gli piacevano le ragazze, ma i suoi coetanei, concludeva aggozzita. 
Quella rovente estate si sparse voce che, dall’Argentina, fosse venuto a trascorrere le vacanze nella terra natia l’uomo della banda Carità. 
Proprietario di una compagnia di autolinee a Buenos Aires, si raccontava che avesse l’aspetto di un gran signore. 
Alto e magro, la testa rasata, parlava a scatti, lo sguardo attento e torvo. Chi conosceva la signora Flora, pensava che si sarebbe agitata. Invece taceva; smesso di frequentare il tiro a segno, andava solo a passeggio col cane. 

A chi le accennava dello sgherro, rispondeva con un sorriso. Però fu veduta, senza cane, aggirarsi nei dintorni del bar che lui bazzicava fino alle ore piccole. 
Una mattina, in una via dei paraggi frequentata da prostitute, lo scherano fu trovato morto, ucciso da un proiettile in fronte.
 Dalle indagini risultò che i vicini, nel profondo del buio, avessero udito una detonazione, ma era sembrata, come spesso avveniva, di qualche bracconiere a caccia di anatre nel vicino torrente, e non avevano ritenuto opportuno chiamare la polizia.