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IL RACCONTO DELLA DOMENICA

La storia del beato Alinovi e lo Zabajone

di Jacopo Masini -

11 luglio 2021, 09:38

La storia del beato Alinovi e lo Zabajone

All’inizio della «Cronaca delle diciassette tribolazioni dei giorni d’estate, quando c’è molta afa e non c’è modo di trovare un po’ di fresco neanche all’ombra di un salice in riva al fiume» – titolo che, nella sua estenuante lunghezza, cerca di suggerire fin da subito quanto profonde possano essere le tribolazioni che attendono il lettore – Ubertino da Vigolante racconta di un episodio poco noto della vita di Corrado Alinovi, detto il Beato della Discordia.

Si tratta di un episodio accaduto a luglio del 1978, in riva al fiume Taro, dalle parti di Valmozzola, una zona collinare in genere poco battuta dal beato Corrado Alinovi, che amava soprattutto girare per le campagne in bicicletta e fermarsi a chiacchierare con le galline, i cani, i gatti, quando capitava con una lepre o un capriolo, difficilmente coi fagiani, e con una predilezione per le uova, che considerava una roba perfetta nella sua forma senza asperità, dice Ubertino da Vigolante.

Per lo stesso motivo, il beato Alinovi, trovava che gli esseri umani fossero creature disdicevoli, imperfette, poco interessanti e per questo meritevoli di essere guidate lungo il cammino della salvezza, attraverso l’uso dello zabajone. Secondo il beato Alinovi, infatti, il motivo della perfezione delle uova consisteva nella loro forma, fatta apposta per sgusciare dal culo delle galline senza procurare fastidio.

Per questo motivo, racconta Ubertino da Vigolante, lo si vedeva spesso fermo immobile nell’aia di una fattoria, con un uovo in mano, a contemplarne da ogni lato la perfezione e parlando da solo.

Ma soprattutto, quando era in presenza di contadini o gente che abitava nei casolari, ad ammonire gridando «Guardate gli uovi! Guardate che lavoro, che sono! Hanno le braccia per picchiare? No! Hanno le gambe per dare i calci? No! Hanno la bocca per offendere? No! Esse sono perfette, puttana la madosca, mica come noi bestie umane che facciam dei danni dalla mattina alla sera» e spesso, mentre faceva questi sermoni, si levava una voce da lontano che diceve «Vè, Alinovi, che sono così perfette che non rompono neanche i maroni come fai te!», o frasi di questo tenore che il beato Alinovi sopportava con pazienza e compassione.

Sta di fatto, che il beato Alinovi, dopo anni di predicazione per le campagne, si era convinto di poter portare la salvezza agli esseri umani somministrando loro l’essenza degli uovi nella loro perfezione, cioè attraverso le zabajone.

«Lo zucchero - diceva - serve a rendere dolce la sapienza degli uovi. Col mascarpone poi è anche meglio che viene una bella crema, ma non voglio mica sbragare la verza, che poi non mi prendete sul serio».

Così, un po’ allevando le galline della sua cascina, un po’ acquistandole, un po’, secondo i detrattori, rubandole nelle altre cascine, il beato Corrado Alinovi aveva iniziato ad andare in giro per le campagne con un bidone pieno di zabajone che distribuiva soprattutto ai bambini, che loro, diceva, andavano salvati per primi. 

Un pomeriggio di luglio che si era stancato di prendere su dello stupido dalla gente delle sue parti, si era messo a girare a caso ed era arrivato dalle parti di Valmozzola, aveva posato il suo bidone pieno di zabajone in riva al Taro, si era spogliato e si era buttato nel Taro per fare il bagno.

Proprio in quel momento sentì un grido provenire dalla acque, era un ragazzino che urlava «Mio fratello è annegato! Aiuto!» e ancora «Mio fratello è annegato! Aiuto!» e il beato Corrado Alinovi, per non sapere né leggere né scrivere si era buttato, era andato sott’acqua nel punto dove indicava il ragazzino e sul fondo aveva visto il corpo esanime di un secondo ragazzino, con un enorme cucchiaio da cucina lungo un fianco, racconta la «Cronaca delle diciassette tribolazioni dei giorni d’estate»: un segno della volontà che Corrado Alinovi lo salvasse. Infatti scese sott’acqua, lo riportò a riva e, per prima cosa, gli diede da bere il suo zabajone. 
Il ragazzino riprese conoscenza, rischiando di strozzarsi con lo zabajone, e da quel momento per tutta la valle e le campagne della val Taro si diffuse la voce che Corrado Alinovi era beato e salvava con l’uso dello zabajone e grazie alla fede nelle galline e soprattutto nelle uova, perfettissime e miracolose.

Secondo altri, invece, era stato solo culo, nel senso che le uova non c’entravano niente e il beato Corrado Alinovi era matto palato, anche se le uova rimanevano comunque buonissime.

Per questo, Corrado Alinovi è detto il Beato della Discordia.