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Il racconto

Nostalgia della mia cara Valpadana

di Andrea Mainetti -

12 settembre 2021, 10:44

Nostalgia della mia cara Valpadana

Circa l’icarofobia (id est strizza del volo) è una vita che mi attacco al tram dell’alibi. Le radici contadine: la convinzione dei padri che il Creatore ha destinato i cieli alle aquile; a noi le cordiali durezze delle zolle e i più familiari terrori del fiume. Mi ha consolato scoprire che omoni pronti a sfidare il diavolo, impallidiscono alla sola idea di salire al quinto piano e sporgersi a guardare il panorama dalla finestra. Una pagina memorabile di Vittorio G.Rossi sul tema del coraggio: «Per sapere cos’è il coraggio bisognerebbe poter guardare dentro l’uomo, come gli si guardano i polmoni, le ossa, l’ulcera gastrica, vedere quel che succede dentro di lui in quei momenti…Un uomo che è stato coraggioso la mattina, può dare una prova lampante di paura la sera, anche se il pericolo è ancora quello o della stessa specie….Un uomo di molta immaginazione è più esposto alla paura di un uomo patata. L’immaginazione gli rappresenta la sua morte, come se lui fosse già a quel punto, gliela fa soffrire innumerevoli volte; è un uomo che non smette di morire…Ci sono eroismi che sono il prodotto dell’incontro di due paure: la paura della morte, che tira indietro; e la paura della fuga, che spinge avanti. La paura che fa il coraggio…Ma il coraggio senza testimoni è il coraggio più difficile che ci sia.» Così è facile capire perché mi abbia sempre accompagnato una poesia di Spoon River: l’epitaffio di George Gray, un uomo che ha sempre vagheggiato di partire, ma è sempre rimasto in porto: «a man longing for the sea and yet afraid» (un uomo che anela al mare, ma ne ha paura). Bisognava, bisogna salpare, prima o poi (… bisognerebbe, corregge la parte fifaiola di George Gray e del sottoscritto): alzare la vela e cogliere i venti del destino, ovunque essi guidino la nave. Sei anni fa, finalmente, mi sono lanciato. Più onestamente ci siamo fatti coraggio e ci siamo lanciati in una dozzina, tutti affetti da icarofobia: ognuno con marchio personale. Da Maurizio, palermitano, afflitto da senso di colpa per non aver raggiunto tempestivamente l’anno prima a Londra la figlia malata; ad Aurelio, milanese, preso in giro dagli amici, di ritorno dalle Maldive, da Cuba, da Vascualmar, mentre lui a l’era el pover pistola che l’è andàa a Riccione. Due giorni di corso antifobico dell’Alitalia a Roma, e il battesimo del volo Roma-Milano. La sera precedente il volo si fece cenacolo in pizzeria: l’aria di astronauti in partenza per Marte. Il silenzio più teso di una corda di violino, al chiudersi del portellone dell’aereo. La terra perdutamente lontana, vista dall’oblò. La foto di gruppo dopo l’ultimo sussulto del carrello all’impatto con la pista di Linate.

E l’anno dopo, il primo vero viaggio par avion. Destinazione Londra. Quarant’anni dopo. Niente aereo allora, ma per salpare ero salpato. Sul traghetto voltastomaco da Calais a Dover. Un giorno e una notte interi per arrivare da Milano a Londra. La città delle mie letture e dei miei miti di gioventù. Shakespeare, come no, ma anche la Piccadilly di Oscar Wilde; il Serpentine di Hyde Park, un laghetto dove si annegò la sedicenne Harriet, quando le venne meno l’amore del suo poeta ( Shelley il folle); la nebbia e il Tamigi di Dickens; il tempo fermato nelle tombe di Westminster. E i richiami più epidermici: dai notturni di Soho, ai commons , distese di prati dove si giocava a pallone, portandosi i legni delle porte da piantare e spiantare. Su un common di periferia fui ingaggiato da una squadretta amatoriale, anticipando di qualche decennio Vialli, Zola e DiCanio. Conquistai il capitano, un marcantonio gibboso e pieno di lentiggini, tunnellandolo come avevo imparato da Sivori (alla televisione dell’osteria di Giurgin). In un night di Soho entrai una sera col romantico intento di intervistare un’entraîneuse. Arrivò una signora ancheggiante, le palpebre pesantemente tinte di blu: «Something to drink? » (Qualcosa da bere?), chiese, sedendosi al mio tavolino. «Why do you work here?» (Perché lavora qui?), la interruppi, taccuino aperto e biro pronta. La signora si alzò. E dopo qualche istante arrivò un corpulento buttafuori: «Interviews are not allwed here» (Qui non sono concesse interviste). Mi soffiò le parole in faccia con digrignante cortesia, e con uguale cortesia mi indicò la Way Out (l’uscita). Un mese di infinite emozioni, una vita. E tuttavia, io non so come, a poco a poco, sotto quel cielo perennemente grigio, mi prese una tale angoscia da sradicamento da procurarmi un incubo notturno, che fece accorrere la padrona dell’appartamento dove stavo in affitto con Gelati, un giovane di Milano, golosissimo di british ice-creams (c’era poco d’altro d’esser golosi nella cucina londinese). «What’s wrong?» (Qualcosa non va?), chiese la padrona. Come lo sventurato giovinetto di Ibsen, avevo urlato nel sonno: Mamma, dammi il sole!

Quasi quarant’anni da allora. Ma uguale la fitta di sradicamento, una volta atterrato all’aeroporto di Gatwick . Sbrunzina su Londra (come quarant’anni fa: alla partenza, a Linate, un bel faccione di sole, il sole di Candelora). Lo stesso tipo di taxi, tozzo e nero, dall’aeroporto all’albergo. Il taxista ancora convinto , come il suo collega di quarant’anni prima, che la civiltà finisce a Dover. Tre giorni di roventi scarpinate per gli appuntamenti turistici obbligati, nell’aria gelida che non impediva lo spuntare qua e là di miracolosi fiori di pesco (evidentemente a Londra anche le piante da frutto soffrono di superiority complex). L’emozione di rivedere i miei commons di periferia e l’istinto di palleggiare con un pallone randagio capitatomi tra i piedi. Il Poet’s Corner di Westminster con l’epigrafe di Byron: C’è in me qualcosa che logora il dolore e il tempo e avrà respiro anche quando spirerò. Il teatro di Shakespeare appena ricostruito, tal quale quattro secoli fa, in riva al Tamigi. «Out out, brief candle»…( Spegniti, spegniti, breve candela…): un turista, invasato, era saltato sul palco, prima che gli addetti lo fermassero, e aveva preso a declamare il monologo di Macbeth. Tre giorni intensi, un pezzetto di vita. E tuttavia, al ritorno, mentre la hostess annunciava l’imminente atterraggio a Linate, ecco un altro urlo urgere non so se dal cuore, dal fegato o dalle volgarissime viscere. Non Ibsen, stavolta, ma l’amato Gioânnbrerafucarlo: «Mej de la Valpadana ghe n’è minga!».