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Varesi e «L'ora buca»: inquietante viaggio nel finto mondo delle apparenze

23 ottobre 2020, 11:01

Varesi e «L'ora buca»: inquietante viaggio nel finto mondo delle apparenze

Molte volte parlando dei romanzi di Valerio Varesi abbiamo accennato alla sua disponibilità verso un senso della narrazione che non risultasse particolarmente “giallo” ma semmai si orientasse a raccontare quelli che il grande Vittorio Sereni definiva “gli immediati dintorni”. Con «L’ora buca» pubblicato da Frassinelli, un corposo romanzo di trecento e passa pagine, Valerio Varesi sposta finalmente il tiro della propria osservazione politica e sociale oltre lo schermo del poliziesco e del noir verso una dimensione che lo separa profondamente dalle intenzioni che sino a questo momento nei suoi tanti racconti aveva dimostrato. 

Tra “Nebbie e delitti” Varesi insinua la storia de «L’ora buca» portando in scena alcuni personaggi che risultano del tutto o in buona parte nuovi tra quelli del suo teatro. 
Ci troviamo di fronte a due professori che durante la distrazione e i commenti della cosiddetta “ora buca”, quella che in genere viene trascorsa dagli insegnanti nell’aula dei professori o nel caffè vicino alla scuola o nelle altre aule degli istituti a chiacchierare del più e del meno, entrano senza particolari curiosità a confidarsi quella sorta di pensieri e intuizioni che determinano il comportamento di ciascuno di noi negli anni della nostra esistenza vicino e dentro i fatti che viviamo. 
I due professori che reggono questa sorta di teatro sono il Tomassoni e il Pampaluga insieme alla Gina, che è uno dei più interessanti personaggi femminili di Varesi, tra i tanti che ha creato l’autore parmigiano e torinese. 
La storia che egli intende raccontare in questo romanzo è particolarmente complessa, ma non tanto però da apparire astrusa o umanamente impossibile. Al centro di tale storia sta la scoperta di quella che Varesi ha definito l’Agenzia, cioè la scoperta di un modo di vivere e di comportarsi che i due insegnanti applicano non solo agli accadimenti del loro mestiere, ma ad una più alta formazione scientifica che li caratterizza. Passiamo così, mano a mano che le pagine procedono, dall’analisi della condizione umana di questi personaggi ad un’altra singolare capacità di adattamento che potremmo definire di carattere universale, se questo aggettivo potesse essere più ampiamente spiegato. In realtà ai due insegnanti comincia a venire meno la consapevolezza di rappresentare una parte dell’universo e cioè quella che nell’insegnamento scolastico si pone come la condizione della docenza. Insegnare, perché? I ragazzi che ascoltano le lezioni infatti non sanno esattamente di che cosa i loro due professori discorrano e loro stessi cominciano a considerare inutile il mestiere che fanno quando, in particolare a uno di loro, il Tomassoni, viene proposta l’attività della Agenzia; egli vi si arruola per una missione molto particolare: distruggere la reputazione di un uomo politico diffondendo su di lui false notizie. A questo punto il romanzo di Varesi cambia di tono e di passo diventando così non solo l’esito di un’ottima e molto singolare operazione narrativa, ma un’analisi sostanzialmente nuova e in certi momenti anche impervia della nostra società contemporanea. L’Agenzia è una sorta di sfida alla realtà della vita, sulla quale il Pampaluga e il Tomassoni, oltre al bidello Mario, avevano già discusso moltissime volte negli anni dell’insegnamento. Qui l’abilità di Varesi si presta a parecchie interpretazioni ed esula di molto dal solito meccanismo del Giallo o del Noir: “Mi sono svegliato tardi in uno stato di prostrazione. In poco tempo avevo perso la mia vita professionale e il suo ruolo sociale di marito, sia pur fittizio. Non ero più uno scienziato, non ero più un insegnante, forse non ero più l’agente senza nomina dell’Agenzia considerato il silenzio di Tomassoni. In quella condizione di sbandamento, mi schiacciava il senso d’inutilità. Ho girovagato per le vie della città senza un briciolo di empatia col mondo. Le persone mi parevano un vorticante sciame d’insetti. Tutto mi era indifferente. Mai come in quel momento mi sono sentito vicino a Gavrilo Princip benché lui avesse uno scopo ideale e io solo personale. Lui voleva affrancare un popolo, io solo me stesso – riflette il professore. -. Comunque mi ci voleva un’arma. Una buona pistola, ho pensato. Dunque ho fatto le pratiche per ottenerla a uso sportivo la strada più semplice. Mi restava solo di capire come usarla, ovvero quale azione avrei dovuto progettare per uscire dalla penombra della platea e mostrarmi in tutta la mia malvagità perfettamente riconoscibile”. 
E’ inutile sottolineare la novità di questo atteggiamento che Varesi immette nella propria storia e soprattutto evidenziare come «L’ora buca» si presenti nel suo stato di novità incredibile da circoscrivere non nell’ordinaria espressione dei Gialli, né tantomeno in quella dimensione critica e antropologica che lo scrittore aveva adottato in altre occasioni. E’ certamente impossibile dar conto del sottile e inquietante sviluppo di questo romanzo, perché il suo corso si modifica continuamente e i caratteri dei personaggi sono come legati a un’ossessione che non rivela le proprie radici, ma semmai soltanto gli esiti finali di tali comportamenti. Sta di fatto comunque che Valerio Varesi ha assunto la cronaca e la storia dei nostri anni come una vicenda di sottofondo sulla quale impostare il suo nuovo libro. Nel compiere questo movimento ha condotto anche un’azione profonda e rivelatrice della propria concezione dell’essere umano, ma soprattutto del non abbandonarsi alla persuasione che i personaggi rappresentino tutta la storia nel bene e nel male.
 In questa situazione egli ha percepito e denunciato con limpida passione descrittiva e umana una storia che supera ogni precauzione e che rivela il senso di opposizione di cui il Tomassoni aveva sempre parlato, senso di opposizione che autentica e rivela appieno il corso del romanzo e la sua audace novità.