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Novita Amadei sulle tracce di Ligabue, il nostro straniero

 «Il cuore è una selva» è l'ultimo romanzo della scrittrice parmigiana. Le vicende del pittore «randagio» nella Bassa ai tempi della guerra

 
 

di Giovanna Pavesi -

18 luglio 2020, 11:53

Novita Amadei sulle tracce di Ligabue, il nostro straniero

Per conoscere in profondità chi ha ispirato il personaggio del suo libro, «el mätt» (il matto), ha letto integralmente la sua biografia, durante una mostra monografica a palazzo Bentivoglio, a Gualtieri, nel 2015. Antonio Ligabue, nel romanzo di Novita Amadei, «Il cuore è una selva» ci è entrato in silenzio, tra la nebbia che contraddistingue la Bassa, gli ampi spazi che costeggiano i campi e i ricordi della sua infanzia. 
«Sono cresciuta sotto due sue acqueforti, che i miei genitori tenevano in tinello. Ligabue mi appartiene da sempre: ho sentito parlare di lui, più come personaggio popolare, come matto di paese, prima ancora che come pittore», racconta la scrittrice, che ha ambientato la sua storia durante il periodo della resistenza, intrecciando caratteri e ambiguità in uno spazio che, però, potrebbe rappresentare qualsiasi periodo della storia. «Non vorrei che venisse classificato come romanzo storico: il mio intento non è quello di riportare al lettore un’epoca passata, ma è quello di rendere contemporanea una vicenda che, pur ambientata a cavallo della Seconda guerra mondiale, ha caratteristiche che possiamo capire e ritrovare nelle vite di ciascuno».

Nel descrivere il personaggio scrive: «Era uno straniero che non parlava la loro lingua, un randagio di cui non si potevano indovinare le reazioni». Lei lavora nell’ambito delle migrazioni internazionali e dell’asilo politico. Quanto l’ha aiutata questa esperienza nel tracciare l’immagine del suo «diverso»? 
«Me lo ha reso estremamente familiare. Ligabue abbraccia tutte le diversità: è straniero perché esiliato rispetto al paese d’origine, nella lingua, nei modi di vita, nelle rappresentazioni culturali e sociali, nelle immagini che porta in testa, che non sono quelle del luogo nel quale, poi, si trova a vivere. Come diceva Zavattini, la gente aveva paura di lui: le donne si voltavano al suo passaggio, i bambini lo fuggivano e gli uomini un giorno gli davano lavoro e il giorno dopo lo schernivano. Mi ha particolarmente intenerito, perché è il nostro straniero. O forse siamo noi che lo abbiamo reso tale» 
Quanto incidono le sue origini parmigiane ed emiliane nella sua scrittura? 
«Incidono tanto nei luoghi che vengono descritti o nello stesso personaggio corale del villaggio, dei paesani. Ma non saprei dire se esiste o meno uno stile emiliano. In questo libro ho sicuramente recuperato i paesaggi in cui sono cresciuta: il pioppeto, l’argine, la golena, la pianura, la nebbia, tutti elementi della nostra Bassa che, effettivamente, non ci sono in altri posti del mondo. Mi ha fatto piacere raccontarli, perché in altri scritti ho sempre parlato di posti altri, dove la vita mi ha portato. Questo è il mio ritorno alle origini, un modo di riscattare, a distanza di tempo, i paesaggi che mi hanno cresciuta».
 Che ruolo hanno le parti dialettali nel libro? 
«Servono a descrivere il più precisamente possibile quell’ambiente e quel paesaggio, inscindibile dal vocabolario (dialettale) che lo costituisce. Io non so il dialetto, perché in casa mia si parlava poco, ma quando si andava a trovare un amico o un parente di una certa età, in campagna, si utilizzava quello. Volevo rendere questo slittamento temporale evocando una lingua che scompare. Mettere qualche parola in dialetto significa portare il lettore, e anche me stessa, più vicino all’epoca storica che si narra e darle maggiore giustizia».
 Quanto c’è di Parma nel romanzo? 
«Alcuni riferimenti. Lucia Malerba, per esempio, che riprende una figura poco conosciuta ma meravigliosa, che meriterebbe un romanzo a sé, si forma nella sua inclinazione partigiana a Parma, incontrando lì il Partito comunista. Ci sono alcune influenze sporadiche della città nella lotta partigiana ma, a parte questo, è un romanzo di paese della Bassa» 
Perché, «Il cuore è una selva»? 
«Il titolo descrive bene l’ambiguità del protagonista e di tanti personaggi, che incarnano tutta quella selva di dubbi ed errori che costruiscono, poi, l’umano e anche la narrativa»