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IL DISCO

Neil Young, la ruggine non dorme da quarant'anni

di Michele Ceparano -

17 maggio 2019, 20:20

Neil Young, la ruggine non dorme da quarant'anni

Nell'ultima puntata di questa rubrica uno dei protagonisti era stato Johnny Rotten. Ed è ancora da lui che riparte “Il disco”. Quello che fu il leader dei Sex Pistols viene, infatti, citato in uno degli album più importanti della lunga discografia di Neil Young. “Il re se n'è andato/ma non è dimenticato/questa è la storia di un Johnny Rotten” canta l'artista canadese in “Rust never sleeps”, album live ma composto da pezzi inediti. Il “re” in questione è Elvis Presley, appunto il signore del rock 'n' roll. Se n'è andato, canta Young, e ora ci sono i Sex Pistols e Johnny Rotten. Uscito quarant'anni fa e realizzato dal cantautore di Toronto con i Crazy Horse, la sua storica band di supporto, è un album acustico ed elettrico.

Cuore del disco “My, my, hey, hey (Out of the blue)”, brano d'apertura, e al termine, “Hey, hey, my, my (Into the black)”. Due brani divisi ma uniti, come in un cerchio che si chiude, che tratteggiano il rock e la vita secondo Young e che contengono le, anche abusate, massime “E' meglio bruciare che spegnersi lentamente” e “Meglio bruciare che arrugginire”. Versi che hanno reso leggendario “Rust never sleeps” (la ruggine non dorme mai). Una doppia canzone, che contine anche un riferimento alla guerra del Vietnam, che venne prepotentemente riscoperta nel 1994 dal momento che il celebre “meglio bruciarsi che spegnersi lentamente”  fu  citato da Kurt Cobain, leader dei Nirvana, nella lettera d'addio. Un episodio che scosse molto Young che successivamente dedicò un disco proprio alla rockstar morta suicida.

Quello del 1979 è un lavoro, come detto, diviso in due parti: una acustica e l'altra elettrica. Nella prima spicca una perla, “Pocahontas”  che ha come protagonista la mitica principessa pellerossa. L'anno prima era toccato a Mike Oldfield in “Incantations” misurarsi invece con Hiawatha, il condottiero mohawk protagonista del poema epico di Henry Longfellow. “Pocahontas” è poesia in musica e funzionò  anche dal vivo.  Narra  infatti di “pagaie” che “fendono l'acqua, nella lunga e affannosa fuga, via dall'uomo bianco, verso verdi campi”. Nell'ultima strofa c'è anche spazio per Marlon Brandon che, nel 1973, rifiutò l'oscar mandando, la notte della premiazione, al suo posto sul palco una giovane apache, Sacheen Littlefeather. Una grande interpretazione di “Pocahontas” la si deve anche a Johnny Cash “in “Unhearted”. Va ricordato che nel '62 Cash aveva pubblicato “Bitter tears”, uno dei dischi più importanti  dalla parte degli indiani d'America.

Nel lato B l'atmosfera cambia drasticamente diventando ruvida ed elettrica. Ma rimanendo comunque carica di suggestione. E tensione. Il brano con cui si apre la facciata, ad esempio, “Powderfinger”, è la cronaca di un agguato. Più che una canzone si tratta di una scena western con i fiocchi. Gli aggressori (forse federali che braccano i contrabbandieri?) che arrivano, armati di fucile, sul fiume a bordo di una barca. Un ragazzo, solo con la madre dal momento che il padre se n'è andato e il fratello è fuori a caccia, che viene ucciso. Musica e morte. Adrenalina allo stato puro. Questo album ebbe degli ottimi sviluppi:   sul   tour negli Stati Uniti venne infatti girato un documentario e inciso un altro doppio dal vivo, “Live rust” che, oltre ai brani di “Rust never sleeps”, contiene altri pezzi storici di Young come “Comes a time” e “After the gold rush”. 

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