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IL DISCO

'Relayer' degli Yes, 45 anni di fascino

20 settembre 2019, 15:30

di Michele Ceparano

Pubblicato l'anno dopo l'ambizioso e, per alcuni aspetti, controverso "Tales from topographic oceans", nel novembre '74 esce "Relayer". Il settimo album della leggendaria band inglese di progressive rock degli Yes si appresta infatti a compiere 45 anni. Il lavoro non ha tra i suoi artefici Rick Wakeman, il virtuoso tastierista, ancora oggi tra i mostri sacri del prog in attività, aveva infatti abbandonato il gruppo capitanato da Jon Anderson. Tra le cause pare proprio il suo disaccordo sull'eccessiva pesantezza dei "Tales". Che, però, piacquero ai fan (tra cui chi scrive) e molto meno alla critica, spesso in agguato per colpire la band con i suoi strali. Wakeman sarà rimpiazzato comunque dallo svizzero Patrick Moraz che la spunterà nientemeno che su Vangelis. L'equipaggio era stato trovato e la nave degli Yes era pronta a tornare a navigare nel fiabesco mare, a quei tempi ancora calmo e pescoso, del prog. Nel '74, infatti, esce, solo per citare una pietra miliare del genere, niente meno che "The lamb lies down on Broadway" dei Genesis. Nello stesso anno, invece, in Italia Lucio Battisti raggiunge, per chi scrive, la sua vetta più alta con "Anima latina".

In un certo senso con "Relayer" il gruppo inglese prova a tornare a "Close to the Edge", suo enorme successo ancora oggi forse insuperato, già dalla disposizione: un lunghissimo brano che occupa interamente il lato A ("The gates of delirium" dura quasi 22 minuti) più due brani da circa nove minuti l'uno nel B. Stupenda, inoltre, come al solito, la copertina, in cui l'artista Roger Dean si sarebbe ispirato ai cavalieri templari. All'interno c'è anche una poesia di Donald Lehmkuhl.

Si diceva di "The gates of delirium". Ebbene, questo brano trova posto a buon titolo tra i più riusciti degli Yes, assieme a pezzi ben più noti e carichi di virtuosismo e suggestione. Il testo è ispirato a “Guerra e pace” di Tolstoj e la musica si fa via via sempre più grandiosa, fino a sfiorare la magniloquenza, caratteristica che comunque rappresenta uno tra i connotati principali nella produzione della band. Con buona pace dei detrattori, oltre che di loro, anche di gruppi come Emerson, Lake and Palmer "accusati" spesso di essere “eccessivi”. Insomma, ascoltando "The gates of delirium" sembra di assistere una battaglia napoleonica in cui, per le percussioni, vennero utilizzati perfino rottami di automobile. In questo pezzo c'è di tutto, perfino il gran finale di "Soon", altro “pezzo nel pezzo” che può stregare chi non l'abbia mai sentito.

 

 

"The gates of delirium" è dunque una "battaglia" musicale che incanterà chi non ha mai avuto la fortuna di imbattersi in questo album. Che non è certo un "episodio minore" della lunghissima carriera degli Yes. Geniali a dir poco anche i due brani del lato B. "Sound chaser" esalta infatti le grandi doti chitarristiche di Steve Howe, mentre “To be over”, a tratti orientaleggiante, riporta l'ascoltatore a un'atmosfera, dopo le "battaglie" appena ascoltate, più rilassata e sognante. Dopo "Relayer" gli Yes si prendono una pausa per concepire "Going for the One", il loro ultimo grande lavoro che uscirà nel '77 e che vedrà salire di nuovo a bordo Wakeman. Un album che uscirà nel '77, nel pieno declino del prog, ma che rappresenta l'ennesima perla di un gruppo entrato a ragione nella leggenda del rock.