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IL DISCO

At Budokan, Bob Dylan sbarca in Giappone

di Michele Ceparano -

30 novembre 2019, 08:53

At Budokan, Bob Dylan sbarca in Giappone

Quarant'anni fa usciva “Bob Dylan at Budokan” tratto da due concerti che il menestrello di Duluth tenne a Tokyo. Ventidue brani di quelle esibizioni del cantautore statunitense nella capitale nipponica divennero un doppio live che uscì nell'aprile del 1979. Chi scrive ha amato molto quel disco che venne letteralmente massacrato dalla critica americana in primis per gli arrangiamenti giudicati troppo audaci. Ma si sa, all'amore non si comanda. L'autore di questa rubrica ama, infatti,  anche alla follia “Tales from topographic oceans” degli Yes.

La verità sta ovviamente nel mezzo. In Europa infatti il live di Dylan ebbe migliori recensioni. Nonostante la ferocia delle critiche, l'album andò piuttosto bene negli Usa e ancora meglio nel Regno Unito. Arrivato l'anno dopo “Street legal”, quello di “Senor” e “Is your love in vain?” e qualche mese prima di “Slow train coming”, l'album della svolta religiosa (Dylan si convertì al cristianesimo), “At Budokan” è una greatest hits dal vivo. Ripercorre infatti alcuni fra i (tanti) pezzi più importanti del cantautore del Minnesota, premio Nobel, non senza polemiche, per la poesia nel 2016.

Il live contiene alcune interpretazioni di grande presa come, appunto, “Is your love in vain?”, uno dei momenti più alti del disco.  Super avvolgente “Love minus zero/No limit”, eterna “Mr. Tambourine man”, frenetica e strepitosa “All along the watchtower”. Fecero, invece, arrabbiare i puristi gli arrangiamenti di “Oh, sister”, “One more cup of coffee (Valley below)”, ma anche “Shelter from the storm” (a parere di chi scrive, invece,  molto riuscita  in questa versione), “Blowin' in the wind”, “Knockin' on heaven's door”, da quell'opera d'arte a metà tra musica d'autore e il west che è “Pat Garrett and Billy the kid”, e “The times they are a changin'”. Alcune furono giudicate irriconoscibili. Ma,  ascoltando l'album,  si ha la sensazione che Dylan volesse liberarsi dalla “schiavitù” di certe canzoni arrangiate con troppa semplicità e presentare un “prodotto” più vivo. Chissà, forse al passo con i tempi. Il risultato, come detto, fu controverso. Ma “At Budokan” rappresenta, come tutti i suoi lavori, un disco storico.