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Jethro Tull: il Natale è un flauto magico, Ian Anderson incanta San Vitale

Il rock progressive irrompe in chiesa: tra sacro e profano un percorso musicale a 360 gradi che abbraccia mezzo secolo

di Aldo Tagliaferro -

22 dicembre 2019, 18:07

Jethro Tull: il Natale è un flauto magico, Ian Anderson  incanta San Vitale

Ci sono tanti modi per augurare Buon Natale. Ian Anderson, la leggenda che ha dato un posto al flauto nel rock, una decina d'anni fa elaborò un format originale che tiene in felice equilibrio sacro e profano: il rock entra in chiesa e lo fa per una buona causa, in principio per aiutare la manutenzione delle cattedrali britanniche, in seguito - quando la formula è sbarcata sul continente - anche per iniziative benefiche. E venerdì sera, nella chiesa di San Vitale, si è materializzato a Parma il fantasma dei Jethro Tull perché se formalmente Anderson ha intrapreso da anni la carriera solista di fatto la scissione tra lui e la storica band è impossibile.

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Diciassette anni dopo il memorabile concerto al Regio con Andrea Griminelli, Anderson ha gremito la chiesa (biglietti sold out in poche ore...) e sfornato alla folla osannante tutto il suo istrionico repertorio accompagnato dai fidati John O'Hara (tastiere), David Goodier (basso), Scott Hammond (batteria) e Florian Opahle (chitarra).
Per Anderson lo spirito del Natale prima ancora del senso religioso è un momento di condivisione per la comunità e allora ecco che il palco si allarga: nella suggestione delle luci che animano gli stucchi e i dipinti di San Vitale trovano spazio il coro diretto da Valentina Broglia  (Officina Musicale Parmense), Sara Dieci all'organo e Franco D'Aniello, flautista dei Modena City Ramblers che corona il sogno di ragazzino, quando imbracciò lo strumento proprio per aver sentito i Jethro Tull.
E quel flauto ha inciso profondamente la storia del rock: mezzo secolo dopo il capolavoro di «Stand Up», la contaminazione visionaria di Bourrée che fece irrompere Bach nel mondo del prog non ha perso nulla della sua magia.  Bourrée è stata una delle poche concessioni al repertorio più noto dei Tull; Anderson esplora sentieri meno battuti quando il contesto è più raccolto. E i momenti migliori si cristallizzano proprio nei contesti intimi, quando le gemme acustiche di A Christmas Song, Jack In The Green o Life Is A Long Song - le uniche ancora sorrette dalla voce profonda di Anderson, 72 anni - emozionano oggi come agli albori del prog.
Ecco, il progressive e le sue metriche impazzite fanno capolino negli strumentali rock, come We Five Kings (rifacimento della «carol» inglese sui Tre Magi ma in cinque quarti...), nella suggestiva Weathercock (da Heavy Horses, 1978) o nella medievale Pastime in Good Company. Narra la leggenda che a comporla fosse stato niente meno che Enrico VIII, poi a metà degli anni '70 i Jethro Tull lo trasformarono in un madrigale progressive. Meno riuscite - ma lodevoli nell'intento - le escursioni nella nostra tradizione (Tu scendi dalle stelle, Adeste Fideles) mentre provoca un brivido profondo My God - capolavoro assoluto dall'album Aqualung, 1971 - che poneva in discussione l'autentico significato della fede e che suonata in chiesa assume  una sacralità solenne. E' l'introduzione ideale per il gran finale, lasciato - non poteva essere altrimenti - ad Aqualung, scomposta e destrutturata nella versione orchestrale al punto che molti la riconoscono solo da metà in poi. Il bis, dove irrompono anche i telefonini,  è tutto per Locomotive Breath e le scorribande del flauto di Anderson che srotola l'assolo percorrendo la navata. E Parma lo abbraccia.  Buon Natale Mr Anderson.