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GIORNO DELLA MEMORIA

Quelle partiture scritte nei lager: l'orrore esorcizzato a suon di note

La più celebre è di Messiaen. Bergonzi compose «Alla mamma». E Guareschi scrisse la «Favola di Natale»

di Lucia Brighenti -

19 gennaio 2020, 11:04

Quelle partiture scritte nei lager: l'orrore esorcizzato a suon di note

Si avvicina il giorno della Memoria, che ricorre il 27 gennaio, e si può scegliere di ricordare in molti modi: «Dobbiamo ricordare la tragedia, certo, ma anche la forza dell’ingegno. L’uomo nei campi di concentramento ha messo in gioco la sua creatività e, in qualche modo, ha vinto». Lo dice Francesco Lotoro, pianista, compositore e direttore d’orchestra, una vita spesa per conservare la memoria della musica composta nei lager, nei gulag, nei campi di lavoro di tutto il mondo. Fondatore dell’Istituto internazionale di Letteratura Musicale Concentrazionaria di Barletta, lo studioso ha già recuperato ottomila partiture che furono scritte con mezzi di fortuna, su carta igienica, carta per alimenti, sulla iuta dei sacchi di carbone. A volte ha ricostruito con viaggi e ricerche sul campo melodie tramandate a memoria. 
Nel suo «Thesaurus Musicae Concentrationariae», enciclopedia che sarà terminata nel 2024, compariranno anche alcuni musicisti parmigiani. L’opera comprenderà tra l’altro 600 partiture con le relative registrazioni.
«Nella condizione estrema in cui la vita è messa in pericolo, si scatenano le forze creative e le volontà testamentarie. – spiega Lotoro – In base ai calcoli sappiamo che dovrebbero esserci circa 150.000 compositori, considerando i campi di concentramento di tutto il mondo». Passando in rassegna questo patrimonio, lo studioso racconta che si va «dall’amatoriale al professionale, dal pianobar, al jazz, al cabaret, alle grandi forme sinfoniche. Alcuni allievi di Schönberg scrissero musica sperimentale, usando i quarti di tono. C’è però qualcosa che accomuna tutta questa produzione, una filigrana che si vede in controluce. Non si canta o suona la tragedia ma si esorcizza: spesso queste musiche sono un’esplosione di energia, di allegria, di vita, di umorismo». Tra le pagine più famose il «Quatuor pour la fin du Temps» di Olivier Messiaen: «fu scritto per essere suonato su un violoncello che aveva solo tre corde, su un pianoforte, un clarinetto e un violino per metà scassati... eppure è magnifico. – osserva Lotoro – Molte di queste opere sono capolavori. Oggi si eseguono con una certa frequenza ‘Brundibar’, dell’ebreo Hans Krasa, ‘Der Keiser von Atlantis’ di Viktor Ullmann (ebreo, morto ad Auschwitz, ndr.). Ma vi sono altre opere che meritano di essere riscoperte, come ‘La lettera scarlatta’ di Berto Boccosi (italiano, catturato dagli Alleati, ndr.)».
Dei musicisti parmigiani internati nei campi di concentramento si è occupato Andrea Di Betta, studioso di storia della resistenza e presidente della sezione locale dell’Associazione Nazionale Combattenti FF. AA. Regolari Guerra di Liberazione. Tra i più illustri, Carlo Bergonzi che a 19 anni fu internato come prigioniero militare e, rischiando di morire di stenti, scrisse la canzone «Alla mamma» per sua madre. Anche Giovannino Guareschi nel campo di Sandbostel scrisse il testo della «Favola di Natale», musicata dal suo compagno di prigionia Arturo Coppola. Tra gli altri parmigiani, Alcide Carpana (poi diventato violista nell’Orchestra del Teatro alla Scala), Ugo Avanzini, Amedeo Barbieri, Nello Briselli, Achille Cornini, Giovanni Fogu, Mario Franzosi, Antonio Guidetti, Francesco Marini, Socrate Marmiroli, Francesco Orsini ed Ernesto Valesi. Insomma, si può scegliere di ricordare attraverso la musica perché, come scrisse una sopravvissuta: «Noi danzavamo, suonavamo, cantavamo, battevamo le mani a ritmo di musica. Noi conoscevamo il senso della vita».