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Quarantena a suon di rock: i consigli per l'ascolto

di MARA PEDRABISSI -

10 aprile 2020, 10:42

Quarantena a suon di rock: i consigli per l'ascolto

Per ciò che non si può dire ma neanche si può tacere, c'è la musica. Aiuta a non sentire dentro il silenzio che c’è fuori, annotò Bach. Sarà un caso ma, quando è scoppiato il silenzio della pandemia, la musica "fatta in casa" ha riempito i balconi delle città. E se volessimo alzare l'asticella, provare a metterci in cammino in nuove pianure musicali, scalare le montagne dei decibel, fare una nuotata in un mare di onde rock? Proviamo, seguendo qualche intenditore. 

Per Andrea Gatti, storica voce di Radio Parma,  la musica ha un filo diretto con l'anima: «Iniziamo con alcune cose semplici, brani che elegantemente ci fanno camminare leggeri tipo Misread dei King of Convenience, Iyeoka con Simply falling, Maya dell'anglo indiana Susheela Raman, A night like this della jazz singer olandese Caro Emerald e anche Camouflage, una ballata cavalcata dell'ex Wall of Voodoo Stan Ridgway. Poi due cover su tutte, la prima senza nulla togliere all'originale di Frank Sinatra, Stranger in the night nella versione essenziale dei californiani Cake e poi una splendida e viscerale The Sound of Silence,  di Simon & Garfunkel, cantata dai Disturbed fatti di solito di "cattivissimo metal". Se  vogliamo entrare nei meandri dei nostri pensieri, non può mancare un album che a distanza di quasi mezzo secolo mi fa scoprire ancora a ogni riascolto nuovi suoni e dinamiche, The Dark Side of the Moon dei Pink Floyd, perfetto per questi giorni. Per indagare mondi nuovi, sono indicati Lisa Gerrard e Brendan Perry in arte Dead can Dance con How Fortunate The Man With None, oppure un romantico senza tristezza Condolence che Benjamin Clementine ci presentò al Teatro Regio per il  Barezzi Festival 2016. In chiusura vorrei iniziarvi a un gioco. Scegliete una canzone piuttosto famosa  e provate a cercarla nelle varie versioni realizzate... rimarrete sorpresi. Ah, mi permetto di segnalarvi anche la mia selezione musicale di ogni notte su Radio Parma,  Hot Chili, alle 22, musica oltre». 

In questo «mucchio selvaggio» di consigli, non può mancare il parere, sempre motivato e competente, di Simonetta Collini di Radio Parma  che non ha dubbi e indica subito «Songs in the key of Life», doppio album di Stevie Wonder del 1976.  «Più di un capolavoro,  uno scrigno che contiene gioielli di rara bellezza che rappresentano i generi musicali più vari. Ancora oggi è fonte di ispirazione per tutto il genere R'n'B per come lo conosciamo. Oltre alle arcinote Isn't she lovely e I wish, ci sono molte perle: da Joy inside my tears a  If it's magic, Ngiculela - Es Una Historia - I Am Singing  e la magnifica Sir Duke, dedicata al grande Duke Ellington. Con una parata di musicisti accreditati - tra i quali anche Herbie Hancock e George Benson -  da lasciare chiunque a bocca aperta: chi ha "soul", non può non apprezzare una pietra miliare di così pregiata fattura». E poi loro, i Magnifici quattro, con «Revolver» del 1966. «Segnò la "fine dell'innocenza" - in parte già avvenuta in Rubber Soul -  dei Beatles. Per certi versi, migliore di Stg. Pepper perché in Revolver lo stile compositivo e la creatività delle prime sperimentazioni si fecero evidenti. L'intelligenza artistica andò di pari passo con ispirazioni magnifiche, come nel caso di Tomorrow never knows o Taxman, la cui ritmica di chitarra è ancora oggi imitatissima. Contiene le splendide For no one e Here there and everywhere e la straniante I'm only sleeping, oltre a Got to get you into my life, felice incursione nel mondo Motown». 

Francesco Monaco, dell'Ufficio centrale della Gazzetta, ha un'anima rock e non la nasconde, vedi alla voce «Stazione di Monaco», programma ultradecennale su Radio Parma. «Il primo consiglio, ora che  non siamo costretti ad ascolti frettolosi, è di riappropriarsi del piacere di ascoltare un album per intero. Per chi vuole isolarsi con le cuffie dello stereo, niente di meglio che immergersi nei classici del "prog": King Crimson, Yes, Genesis, gli stessi Pink Floyd, per apprezzarne (o riscoprirne) ogni dettaglio. Per un ascolto a tutto volume, invece, l'ideale è un disco dal vivo, con il calore del pubblico che ci dà l'illusione di essere a un concerto anziché in salotto. Ognuno sceglierà il live del proprio artista preferito, ma il primo disco che mi sento di suggerire è il mitico Concert in Central Park di Simon & Garfunkel, quintessenza del senso di comunità. Infine, quando siete alle prese con i vostri esercizi di fitness, lasciate perdere la musica latina e datevi la carica con i Linkin Park, gli Shinedown o i Thin Lizzy».

Non si vive di sola Economia e notizie dagli Interni/Esteri e lo sa Aldo Tagliaferro:  «In tempi di reclusione forzata ognuno reagisce musicalmente a modo suo, scardinando anche gli schemi più collaudati. I primi artisti messi da parte sono quelli che scavano fin troppo nell’animo, Nick Drake e Townes Van Zandt ad esempio, e anche buona parte del catalogo di Dylan è meglio lasciarla per tempi migliori. Capita allora che si torni alle certezze, un po’ come aggrapparsi a Omero o Shakespeare in letteratura: riaffiorano quelli che sono i (propri) “padri fondatori”. Escono dagli scaffali i Gentle Giant (meglio i primi 4 lp) e i King Crimson (qui non si scarta niente), ma soprattutto due ingredienti ritrovati - il tempo e la solitudine - consentono di riassaporare le celebri “suite” ("prog", ma non solo) da tempo bistrattate per la proverbiale lunghezza. E invece no: prendersi quei 15, 20 minuti, a volte mezz’ora per ascoltare il respiro di una costruzione sonora non costretta nei canonici 5 minuti (spesso meno!) della canzone fa bene allo spirito e alla mente. Ecco la “sporca dozzina” in cui immergersi:  Thick as a Brick (Jethro Tull); Tarkus (Emerson Lake & Palmer); Nine Feet Underground (Caravan); Close to the Edge (Yes); Starless (King Crimson); Atom Heart Mother (Pink Floyd); Valentyne Suite (Colosseum); Tenemos Roads (National Health); Empire of the Clouds (Iron Maiden); Plague of the Lighthouse Keepers (Van Der Graaf);  Animale Senza Respiro (Osanna); Moon in June (Soft Machine)».

Cronista di "nera", Michele Ceparano ha un palato musicale fine e rigoroso, come sa chi segue la sua rubrica settimanale (Il disco) sul nostro sito: «Questi giorni possono essere impiegati a scoprire, per i più giovani, o riscoprire i Genesis del periodo progressive. Per me il loro momento più alto è quello che arriva alla metà degli anni Settanta. Insomma, tutto il periodo di Peter Gabriel, ma anche i primi due album ("A trick of the tail" e, perché no, "Wind&Wuthering") con Phil Collins promosso a frontman. Seguendo una classifica personale, il consiglio è quello di (ri)partire a ritroso da "Selling England by the pound" (1973), lirico atto d’accusa alla società inglese del tempo, ancora attuale  in questo presente globalizzato. Poi, ascoltare "Foxtrot" (1972), spirituale e teatrale, "Nursery cryme" (1971), un lavoro struggente e fiabesco, e "Trespass" (1970), secondo album  in ordine di tempo ma prima, vera perla di una produzione leggendaria. "The lamb lies down on Broadway", controverso capolavoro del 1974, è invece fuori classifica. Un’opera rock con incursioni nel mito (la splendida "The Lamia") da gustare a parte. Infine,  per apprezzare l’anima dal vivo della band, "Genesis live" e "Seconds out". Un bel modo per concludere il viaggio». 

Giornalista del sito web della «Gazzetta» e infiammata anima gialloblù, Matteo Scipioni riflette: «Meno male che c’è la musica a spazzare, per qualche minuto, quel gelo di dolore, impotenza e rabbia che ti prende per ogni sirena che ti passa sotto casa». Il tempo da trascorrere tra le mura domestiche è lungo, ma  gli spunti non mancano: «In primis riscoprire i tanti vinili che hai, riascoltare cose che da tempo non ti gustavi. Tutto è sempre veloce (in automobile poi…), quindi vai “in automatico” con mp3 o cd tra i  classici che per me sono Elvis, Bruce, Ramones, Stones, folk irlandese, Buddy Holly, blues (a go-go), Dylan, rockabilly, doo wop (come se piovesse), swing, crooner di vario genere… Guardi gli scaffali, un bel tuffo nel passato. Aggiungi che normalmente non hai nemmeno il tempo (o la voglia, dannata pigrizia) di girare - sul lato B - quel disco nero (che dovrebbe essere) lucido.  Ti ritrovi lì a guardarti  in quei quadrati di cartoncino. Alcune immagini sono iconiche: avete presente una banana gialla stilizzata su sfondo bianco disegnata nientepopodimeno che da Andy Warhol? Ricordate un bassista incavolato che sfracella il suo strumento sul palco? Estrai, tiri fuori con medio e pollice, disco e involucro, ripeti per il vinile. Centri, piazzi e alzi-riabbassi la testina. Il gracchiare, come dice un amico, “è sempre uguale nello stesso disco, anche a distanza di tempo”. Anche se non condividiamo i gusti, ha ragione... Riascolti i Beatles, Janis Joplin, Sam Cooke (immenso), le Go-Go’s (rock femminile anni ’90), i Traveling Wilbury’s, gli Housemartins, i Buzzcocks, i Roman Holliday, i Duran Duran (già…), Chuck Berry, Jackson Browne, gli Eagles, John Mayall e anche loro - costante assoluta tra automobile e quarantena - i Led Zeppelin. Ma l’occhio cade lì sotto, catturato da un mix di blu, nero e grigio, il Boss ti sorride sardonico da “The River” e al cuor non si comanda. Inevitabile riprendere entrare nel “loop” con il Re del rock: in vinile è di un altro pianeta».

Firma musicale della «Gazzetta» e organizzatore di eventi (Parma Music Award), Pierangelo Pettenati racconta la sua piacevole riscoperta: «I R.E.M, li ho sempre amati ma in questi giorni ho avuto la possibilità di riascoltarmi l'intera discografia e non ci si sbaglia mai, né quando si ascoltano i primi dischi più "alternative rock" né quelli più maturi degli anni '90. In pochi hanno saputo legare tradizione, bellezza, semplicità e profondità a un grande gusto melodico come loro. Una piccola chicca può essere “The infinite & the autogrill, Vol. 1” di Bocephus King, autore canadese di grande gusto. Come i suoi più illustri conterranei Neil Young, Joni Mitchell e Brian Adams, ha saputo dare una visione tutta sua e di grande qualità alla musica americana. Nei primi anni 2000, in uno dei suoi viaggi italiani, è passato un paio di volte anche dalle nostre parti; me lo ricordo in una freddissima serata al Ribota e in un'altra al Joe's di Fidenza, due locali che non esistono più. Con questo suo nuovo disco ritrova una grande vena e rende omaggio a due grandi autori italiani, conosciuti forse durante le sue tournée italiane: Fabrizio De André con “Crêuza de mä”, che cantata in inglese diventa “Path to the sea” e Ivan Graziani con “Farewell Lugano”. Consiglio infine di andare sui social a cercare, ascoltare e diffondere la musica dei tanti cantanti e gruppi locali; si possono trovare parecchie sorprese».