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IL DISCO

Emerson, Lake & Palmer, cinquant'anni fa l'opera prima

di Michele Ceparano -

17 aprile 2020, 18:12

Emerson, Lake & Palmer, cinquant'anni fa l'opera prima

Tra musica classica e rock. Insomma, il prog. Si appresta a compiere cinquant'anni l'opera prima di Emerson, Lake & Palmer, il primo supergruppo del progressive rock. Titolo secco - “Emerson, Lake & Palmer” -, pubblicato nel novembre del 1970, è la prima tappa di una produzione leggendaria che avrà i suoi punti più alti in lavori come “Tarkus”, “Pictures at an exhibition” e “Brain salad surgery”. Molto amati dai fans e dagli appassionati di prog e criticati da alcuni, specie Emerson, di cui “Il disco” si è da poco occupato per la colonna sonora di “Inferno” di Dario Argento, per l'eccessiva magniloquenza. Un'accusa a tratti risibile. Certo, i lavori degli Elp sono grandiosi, magari addirittura pomposi (accusa che venne praticamente sempre rivolta anche agli Yes, altro gruppo leggendario del panorama prog), ma sta anche lì il loro stile inimitabile. Che appare già nel loro primo lavoro, quello che contiene, tra gli altri piuttosto riusciti, uno dei brani del trio inglese destinati a conquistare una fama praticamente immortale. Si tratta di “Lucky man”, ballata “nera” su un cavaliere che parte per la guerra; è la voce di Lake che racconta questa fiaba che non sarà a lieto fine.

Tra i momenti più alti del debutto di Elp anche la strumentale e mitologica “The tree fates”, firmata da Emerson, sulle moire dell'antichità: Cloto, Lachesi e Atropo tessevano, infatti, il filo del destino degli uomini, lo svolgevano e infine lo recidevano. Un brano in cui Emerson, come accade spesso, con le sue tastiere, è l'incontrastato mattatore. I miti hanno, comunque,  sempre trovato un posto nella produzione del gruppo inglese, si ascolti, a tal proposito, “The hut and the curse of Baba Yaga”, in realtà due pezzi separati, in “Pictures at an exhibition”, dove il cammino del trio incrocia quello del grande compositore russo Musorgskij.

Nell'album di debutto “The barbarian” è un altro mix tra rock e musica classica, in questo caso Bartòk. “Take a pebble” è un lungo (dura infatti oltre dodici minuti) brano che, sottolineato dalla voce di Lake, ha uno sviluppo strumentale, mentre “Knife -Edge” si basa su movimenti di Janacek e Bach ed è un racconto molto “dark”. “Tank” presenta infine incursioni nel jazz.

Come detto, con questo album il trio - di cui, scomparso prima Greg Lake e poi Keith Emerson, resta in vita solo Carl Palmer - spicca il volo. L'anno successivo arriveranno “Tarkus” e “Pictures at an exhibition”. Dischi eccessivamente solenni? Forse sì, ma sicuramente  grandiosi.

Da youtube Lucky man