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LIRICA

A lezione da Pertusi Masterclass al Regio: «Per Verdi non basta la voce»

La star della lirica alle prese con i giovani cantanti dell'Accademia Verdiana: «Bisogna partire dal segno scritto. Io in scena a Parma? Il 31, con  le canzoni delle nostre nonne»

di Lucia Brighenti -

03 luglio 2020, 10:49

A lezione da Pertusi Masterclass al Regio: «Per Verdi non basta la voce»

Tre giorni per trasmettere ai giovani cantanti un concetto fondamentale: per interpretare Verdi non basta la voce, bisogna conoscere il segno scritto, e poi metterci la propria sensibilità. È un insegnante amichevole, Michele Pertusi, che in questi giorni sta tenendo una masterclass per gli allievi dell’Accademia Verdiana del Teatro Regio di Parma. Un ritorno alla musica dopo i mesi di quarantena, che sul mondo della lirica hanno imposto una battuta d’arresto ancora non del tutto terminata. Ne parliamo con lui.
Come ha trovato questi ragazzi? 
«Tre giorni sono pochissimi, ma loro hanno già lavorato con Renata Scotto e Barbara Frittoli dal punto di vista vocale, con Francesco Izzo dal punto di vista musicologico, della scrittura e dello stile, e proseguiranno il percorso con altri insegnanti. Vedo che si stanno impegnando e hanno delle buone voci, ma si sa che per Verdi non basta la voce, ci vuole tutto il resto». 
Quali sono gli insegnamenti che vuole trasmettere?
«Noi insegnanti non siamo infallibili, io non sento di avere la verità verdiana in tasca, per questo discuto con loro, instauro un dialogo. Diciamo che qui all’Accademia Verdiana si vuole partire dal segno scritto, attraverso lo studio degli spartiti e delle lettere, in cui Verdi dava molte indicazioni, sperando in questo modo di ritrovare una verità esecutiva e proiettarla nel futuro. Ci sono abitudini difficili da scalfire, ma ci si prova, in base alle indicazioni del comitato scientifico, a un’esecuzione critica. Non credo sia giusto rinnegare totalmente la tradizione, ma bisogna capire quando e perché è nata, e se Verdi sarebbe stato d’accordo. Questo almeno in fase di studio, poi nell’esecuzione si possono anche introdurre alcune libertà». 
Cosa ha comportato per lei la chiusura dei teatri a causa della pandemia?
«Sono saltati moltissimi impegni: al Metropolitan, a Valencia, a Torino, all’Arena di Verona, dove quest’estate farò solo un concerto. Al Festival Verdi canterò il Requiem, ma non «I lombardi alla prima crociata», come previsto in un primo tempo. Poi bisogna vedere se Genova in novembre e Firenze in dicembre riusciranno a mantenere i titoli in programma: dipende anche da come evolveranno le normative, perché con quelle attuali, che consentono solo duecento spettatori in sala, temo che i teatri non possano riaprire, soprattutto se parliamo di quelli con una capienza più ampia».
Secondo lei si sarebbe potuto fare qualcosa di diverso?
«Non ho esperienza, non do giudizi e non vorrei essere stato al posto di chi ha dovuto prendere decisioni. Credo però che siamo un po’ in ritardo, perché gli allestimenti vanno prodotti, le scene costruite, i costumi creati... Non so se i sovrintendenti italiani abbiano più informazioni di noi. So che a Vienna hanno confermato tutti gli impegni e che riapriranno i teatri a settembre-ottobre, e così anche la maggior parte dei teatri tedeschi e svizzeri».
Ha già ricominciato a cantare?
«Per ora ho riiniziato a muovere la voce, a fare vocalizzi e a studiare i ruoli, sperando di poterli portare in scena. Durante il lockdown ho cantato poco, solo un po’ di musica leggera, perché non avevo stimoli. Quando ho ripreso sembravo un catenaccio arrugginito... In estate avrò qualche concerto, poi il Festival Verdi». 
Ci sarà anche un concerto al Parco della Musica di Parma con la Filarmonica Toscanini, il 31 luglio e l’1 agosto...
«Canterò le “canzoni delle nostre nonne”, tra cui alcune liriche di Francesco Paolo Tosti, mentre la Filarmonica Toscanini interpreterà sinfonie, preludi, ouverture di opere celebri di Rossini, Verdi, Mascagni...».