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«FLACO» BIONDINI

«Migranti, il brano con Guccini che racconta anche di me»

di EMANUELE E FILIPPO MARAZZINI -

09 ottobre 2020, 12:27

«Migranti, il brano con Guccini che racconta anche di me»

Per festeggiare gli ottant’anni di Francesco Guccini, la BMG ha realizzato il progetto «Note di viaggio», due raccolte delle canzoni più celebri del cantautore emiliano, prodotte e arrangiate da Mauro Pagani e interpretate da alcuni dei più grandi artisti italiani. Il primo capitolo è uscito l’inverno scorso; da oggi sarà invece disponibile -in cd, vinile e in tutti gli store online- il secondo volume «Note di viaggio: non vi succederà niente» con le voci di Vinicio Capossela, Fabio Ilacqua, Levante, Petra Magoni, Mahmood, Fiorella Mannoia, Ermal Meta, Gianna Nannini, Jack Savoretti, Emma, Roberto Vecchioni, Zucchero e i Musici (Juan Carlos «Flaco» Biondini, Ellade Bandini, Antonio Marangolo e Vince Tempera), gli storici collaboratori di Guccini. «Flaco» Biondini, grande amico e spalla del cantautore (fu anche Sancho Panza nella celebre canzone «Don Chisciotte»), abita nei dintorni di Parma. 
Signor Biondini, la vera perla di «Note di viaggio 2» è la dodicesima traccia, «Migranti», arrangiata da lei e cantata a metà con Guccini. Com’è nato questo pezzo? 
«Caterina Caselli aveva chiesto a Francesco un testo per Bocelli. Lui ha accettato e io l’ho musicato. La canzone però è stata respinta dalla produzione inglese di Bocelli, forse perché descrive la migrazione con toni troppo cupi. Ma d’altronde se ne può parlare in tono leggero? Così la canzone è rimasta nel cassetto per un po’. Poi, nel 2018, noi Musici, insieme ad Enzo Iacchetti, l’abbiamo proposta a Sanremo, ma purtroppo non è stata selezionata. Oggi finalmente i fan di Francesco possono ascoltarla. L’abbiamo incisa divisi: lui stava a Pavana, nella sua cucina mentre io e i Musici siamo andati a Milano; Mauro Pagani ha voluto che registrassimo in studio».
Lei è di origini argentine. Si è immedesimato nel brano? 
«“Migranti” parla di emigrazione e di immigrazione. Mio nonno, alla fine dell’Ottocento, è partito da Osimo per l’America Latina. Aveva solo 17 anni, non ha mai più rivisto la sua famiglia. Io sono nato e cresciuto in un paese vicino Buenos Aires dove tutti i cognomi erano italiani e la cotoletta e la farinata erano quasi il piatto nazionale. Sono arrivato in Italia nel 1974 perché avevo un sogno: suonare la chitarra. Difficile trovare un ingaggio così uno dei primi passi è stato frequentare una scuola di jazz proprio qui a Parma. Mi sono fatto degli amici e un bel giorno mi hanno proposto come chitarrista ad un certo Francesco Guccini. Credo non sia un caso che il nostro primo album insieme si intitoli “Amerigo”. In patria ci sono tornato con Francesco nel 1983. Da quel viaggio è scaturita la canzone “Argentina”».
 Dal 2014, dopo l’album definitivo di Guccini «L’ultima Thule», è cominciata l’avventura dei Musici. Com’è diffondere il verbo del Maestrone al mondo? 
«Non è per niente facile. I gucciniani sono un popolo purista ed esigente e pretendono la sua voce per cui all’inizio abbiamo incontrato un po’ di scetticismo. Però, dopo sei anni, possiamo dire di avere i nostri fan. Suonare in luoghi con buona acustica e di fronte ad un pubblico appassionato e rispettoso permette di valorizzare al meglio i testi geniali di Francesco: non si possono certo apprezzare canzoni come “Bisanzio” o “Scirocco” in un palasport dove la gente grida. Francesco utilizzava gli stessi musicisti sia in studio che dal vivo, un fatto del tutto eccezionale. Non eravamo una band, ma una vera e propria equipe di lavoro. Per questo le canzoni realizzate insieme le sentiamo davvero nostre ed è un piacere continuare a diffonderle».
Cosa consiglierebbe ad un giovane per avvicinarsi a Guccini? 
«Semplice: comprare i suoi dischi e ascoltarli con calma una volta. Poi riascoltarli leggendo i testi per apprezzare al massimo la profondità di quelle parole. Purtroppo Guccini è stato etichettato come un cantautore politico. Nulla di più falso: è un poeta esistenzialista. Sotto questo aspetto è stato ed è tuttora troppo sottovalutato. Lo si ricorda per i suoi brani più orecchiabili o dissacranti come “Dio è morto” e “L’avvelenata”, ma è solo la superficie. Tra i dodici album realizzati, quale è il suo preferito? Forse “Quello che non…” del 1990. Dentro c’è una canzone, “Cencio”, dove le parole di Francesco e il mio arrangiamento credo si sposino alla perfezione. La riascolto sempre con piacere». 
C’è oggi un nuovo Guccini? 
«Come paroliere Max Manfredi mi piace parecchio. Però Francesco Guccini è come i Beatles: ce n’è uno solo nella Storia».