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IL DISCO

“Blackstar”, l'ultimo Bowie

di Michele Ceparano -

26 marzo 2021, 18:32

“Blackstar”, l'ultimo Bowie

L'8 gennaio 2016, nel giorno del suo sessantanovesimo compleanno, usciva “Blackstar”, l'ultimo album di David Bowie. Due giorni dopo il Duca Bianco, com'era soprannominato il cantante e attore inglese di cui quest'anno questa rubrica si è già occupata per la colonna sonora di “Labyrinth” interpretato da lui e Jennifer Connelly, protagonista di “Snowpiercer” su Netflix, moriva.

Misterioso (a partire dalla copertina) e composto da sette tracce e un video, l'ultimo lavoro di Bowie uscito cinque anni fa è un album “premonitore” incentrato soprattutto sul tema della malattia che lo aveva colpito e della morte incombente. Uno sorta di “canto del cigno” di un istrione, un precursore - chi non ricorda i suoi travestimenti? - e un artista fuori da tutti gli schemi che scrisse, solo per citarne una manciata, pezzi immortali come “Starman”, “Heroes”, “Ashes to ashes” e “Cat people (putting out fire)”, quest'ultima memorabile nella colonna sonora di “Bastardi senza gloria” di Quentin Tarantino. O album come “The rise and fall of Ziggy stardust and the spiders from Mars” e “Scary monsters (and super creeps)”. Ma il suo talento enigmatico si fece apprezzare anche al cinema in lavori - anche qui se ne citano solo alcuni fra i tanti - come l'extraterrestre Thomas Jerome Newton in “L'uomo che cadde sulla terra”, Jared il re di Goblin nel già citato “Labyrinth”, il maggiore Celliers in “Furyo” o Jack Sikora, il pistolero psicopatico de “Il mio west” con Leonardo Pieraccioni.

“Blackstar”, tra i pezzi portanti dell'intero lavoro e della durata di quasi dieci minuti, video compreso che si può vedere su youtube e altri canali, è il misterioso testamento dell'artista e dell'uomo vicino alla fine. Un pezzo a cui non può non essere collegato “Lazarus”, che era anche il titolo di un musical scritto dal cantautore di Brixton, un brano più che mai emblematico. Già, Brixton. Nel quartiere Sud di Londra, cantato dai Clash nel '79 in “Guns of Brixton”, nacque David Robert Jones, che cambiò poi il cognome in Bowie, dal tipo di coltello americano, tipico di Jim Bowie, personaggio storico morto ad Alamo. Un cambio “tagliente”, dunque, per lasciare un solco nella musica. Missione compiuta.

Chi, magari quando si potrà finalmente ricominciare a viaggiare, decidesse di fare un salto proprio a Brixton - in metropolitana capolinea della Victoria line, colore azzurro -, un luogo in cui “Londra è ancora Londra”, potrebbe ammirare il murale dedicato al Duca Bianco, meta di pellegrinaggio dei suoi tanti fans da tutto il mondo. Chi scrive lo scoprì grazie all'amico Massimo Manzoli, parmigiano da oltre trent'anni nella capitale inglese e, per l'autore di questo pezzo, guida insostituibile per scoprire i lati più nascosti e affascinanti della città. 

Tornando all'album di cinque anni fa, “Blackstar” contiene anche altri brani di grande impatto come “'Tis a pity she was a whore”, che richiama il dramma teatrale di John Ford, autore inglese del diciassettesimo secolo. Sia questo brano che un altro “Sue (Or in a season of crime)” erano già stati pubblicati come singoli nel 2014. Così come la title track e “Lazarus”, entrambi già usciti alla fine del 2015. Ma “Blackstar” rappresenta, comunque, solo un capolinea terreno. Il mito di Bowie, infatti, continua.