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Amarcord

Quei colpi di stecca dei re del biliardo, dal mitico Peppino in via Cavour

La sala da gioco si trovava in fondo  a un androne a fianco della leggendaria pasticceria Bizzi

di CORRADO BARBIERI -

29 giugno 2020, 17:17

Quei colpi di stecca dei re del biliardo, dal mitico Peppino in via Cavour

Per i giovani parmigiani  che abitavano a nord, alla stazione, od oltre il cavalcavia di via Trento negli anni '50-60 «scendere»  significava andare verso la piazza. Erano anni in cui difficilmente sia i giovani che i padri restavano chiusi in casa alla sera. La televisione aveva solo di recente due canali e inoltre la possedeva una minoranza di persone. Si andava al bar dove riunirsi gli amici, e il primo raggiungibile era il bar Annibale, proprio prima del cavalcavia, con il gioco del biliardo come passatempo più praticato. Poi, neanche cento metri più avanti, prima del semaforo di via Garibaldi, vi era un bar che esponeva  il televisore in occasione dei più  importanti incontri di calcio o di boxe per gli avventori appassionati di sport, che assistevano dalle poltroncine sistemate sul marciapiede.
Il Genio Civile, silenzioso palazzo a parallelepipedo, era a un passo, ai più sfuggiva però una quasi invisibile porta, aperta su un lato, che portava in un seminterrato dove funzionava  l’unica palestra di scherma di Parma, aperta fino alle 21. Maestra un’avvenente signora trentenne. Lì, su quella pedana si apprendevano i primi rudimenti, l’impostazione, si imparavano nomi come cavazione, mezza cavazione, a fondo. 
L’arma principe era il fioretto, ma c’erano anche, meno praticate, la spada e la sciabola. 
La  «discesa»  a quell’ora verso via Garibaldi significava percorrere un pezzo di strada con negozi ormai chiusi, semiaperta era solo la panetteria Cocconi, dove il titolare,  atletico giocatore   del Parma, stava lavorando.
Si passava davanti al ristorante Stigliano, molto rinomato per alcuni anni, poi si arrivava al caffè Aragnino, sull’angolo, davanti alla Pilotta. Era un bar frequentato da una generazione più anziana, quella che aveva vissuto la guerra, i padri.
Svoltando in via Cavour, si incontravano già i gruppetti della «vasca» post serale e giovani che confluivano verso la piazza. La vetrina con i due vasti locali del fotografo Vaghi, rimaneva accesa, con qualche bella foto in mostra.
Sulla destra, al cinema Cavour, poi ridenominato Capitol, iniziava l’andirivieni di persone per il cambio di proiezione. Intanto da Borgo S.Biagio cominciava a diffondersi il profumo piacevolissimo  proveniente dal laboratorio di pasticceria. Vicini alla piazza  gli assembramenti di quell’ora, il crocchio del Rugby, lo sport che a Parma  in quel momento era vicino al massimo della gloria. Spuntava Paolo Banchini, mediamo di mischia, figlio del dottore che in quel momento era un funzionario della squadra, spuntava la larga mole di Degli Antoni, l’assoluto astro nascente del Rugby Parma, destinato alla nazionale, i gemelli Bordi, Masci, giocatore ammirato dalle ragazze per la sua somiglianza con Paul Newman. E più solitario, con qualche amico, l'ottimo discobolo cittadino Quintavalla.
Se era estate ci si divideva, chi andava a sedersi a un tavolino sulla piazza dietro al monumento a Garibaldi e poteva gustarsi quel nettare di gelato frutto della ricetta segreta di Otello, che si aggirava baldanzoso, distinto, tra i tavoli, orgoglioso di un prodotto che sapeva fare solo lui, e chi preferiva sedersi a un altro bar per una birra. Era giunta a Parma anche quella scura, irlandese, stucchevole, ma con cui ci si dava un tono...
C’era invece  chi si intanava all’ABC, per giocare a quel nuovo biliardino, il Flipper. 
Le auto incrociavano ancora la piazza, non esisteva isola pedonale, sfrecciava la Giulietta Sprint rossa di Manzini, poi quella di Bocconi, e a volte la Jaguar E nera del marchesino Ricci. Gente che difficilmente scendeva dall’auto, dirigendo verso altri lidi, come feste private o puntando verso altre città.
Il Bar Bizzi stava a quell'ora per chiudere. Lì, accanto alle sue luminose vetrine, c’era una grande entrata  buia,  un po' maleodorante, dove venivano parcheggiate biciclette e qualche Vespa. In fondo a quell’antro c’era una  porta a vetri, avvicinandosi alla quale si udiva già lo schiocco delle biglie. Era Peppino, la sala da biliardo principe della città. Lì si praticavano vari giochi su vari biliardi. Lì si davano appuntamento i giocatori più abili  per scontrarsi in partite che si svolgevano in atmosfere spesso seriose, un po' sul drammatico, infatti  c’era chi giocava per denaro, ma andava nascosto, era vietato, anche se tutti lo sapevano. Così noti personaggi ludopatici della città si affrontavano in epiche partite sul piano verde, con le biglie in mano o con le stecche. In quei giorni era in proiezione nelle sale Lo spaccone, con Paul Newman e non era difficile per molti sentirsi nella sua parte, o in quella del mitico asso del  biliardo Minnesota Fats. Attorno ai biliardi, negli angoli della sala, c’erano piccoli tavoli, dove altri personaggi dediti all’azzardo spesso si giocavano tutto a carte, indebitandosi. Impassibile e celato dietro gli occhiali, una presenza quotidiana, Baldovino, studente di medicina. 
Intanto schioccavano le biglie della carambola, per chi non lo sapesse,  quel gioco di biliardo con sole tre palle e senza buche. Facile a quel tavolo intravedere il volto pallido e da bambino di Lollo Vender, figlio del proprietario dello storico negozio di cappelli poco distante da lì, in piazza Steccata, ragazzo simpatico e amabile in grado di sfidare anche i migliori.
Nei tavoli più grandi si alternavano le classiche partite a boccette o le movimentate '' goriziane'', con i tanti birilli da far cadere o evitare di far cadere secondo i tipi di gioco. Mi ha sempre sorpreso l’atteggiamento concentratissimo e serioso di questi giocatori, tra cui, alta e con le lunghe basette alla Elvis Presley la figura di  Calzetti. Se è difficile ricordare tutti i nomi, impossibile scordare i volti e gli atteggiamenti. 
Il locale era affollato almeno  fino alle una, e Peppino, col suo viso perennemente triste ed emaciato, con la sua schiena ricurva, aveva  il suo bel da fare nel tenere i conti del tempo di uso del biliardo e servire i beveraggi vari. C’era però un’attrazione, un tocco gentile e sensuale che spezzava quella atmosfera, la figlia di Peppino, che ogni tanto si aggirava tra i tavoli calamitando gli sguardi grazie alle sue bellissime gambe. Indossava  spesso un vestito  celeste acceso che si intonava perfettamente al colore dei suoi occhi, un appeal indiscutibile. C'erano anche, ai lati  del grande salone, un paio di calciobalilla, i "calcetti", un gioco che se praticato seriamente richiede abilità straordinaria, prontezza di riflessi e allenamento. Lì ebbi la fortuna di vedere in azione il più  grande fenomeno mai visto di quel gioco: un campione, Paolo Galloni (che avrebbe in futuro gestito i più eleganti negozi di calzature della città fino ad oggi), per cui il termine più appropriato sarebbe  giocoliere, per come sapeva destreggiarsi, tra scarti, passaggi, con  quegli omini fissi in quattro sbarre di metallo.
La maggior parte degli avventori di Peppino abitava  in zone centrali, le auto erano poche, e chi, abitando lontano, non riusciva a prendere l'ultimo filobus che passava a mezzanotte da via Cavour e faceva tardi, doveva sorbirsi a piedi o in bicicletta anche un buon paio di chilometri per rientrare a casa. 
E, ormai tardi, c'era uno strano rito tra gli amici più intimi, come se si volesse allungare la notte il più possibile. Uno diceva «ti accompagno un pezzo», poi, giunto a un certo punto vicino a casa l' altro diceva a sua volta,  «dai accompagnami tu un pezzo» e tornavano sui loro passi. 
Lo svantaggiato era chi abitava più lontano... Questo perchè dispiaceva lasciarsi, interrompere i discorsi  che si stavano scambiando su ragazze, sport, su ciò  che si sarebbe fatto nel fine settimana, spesso  su dove reperire le ragazze per una festina.
Per chi tornava in via Trento o comunque verso la  stazione, era bello, in una via Garibaldi deserta con solo qualche vetrina che rimaneva accesa fino al mattino dopo. ascoltare riverberante lo scalpiccio  dei propri passi, mentre si vedeva qualche finestra ancora illuminata ai piani alti, e si udiva già il passaggio dei treni che sfrecciavano veloci sul cavalcavia, con quei finestrini  delle vetture illuminati, che scorrevano veloci, per un istante, e  che accendevano fantasie di luoghi lontani.