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LA FABBRICERIA DELL'OPERA/11

Maschere: cosa significa essere «il sorriso» del Teatro Regio

E' un'occupazione che da sempre attira molti studenti universitari. Richiede capacità di gestire stress e emergenze. Ma dietro le divise, si stringono affettuose amicizie

di Mara Pedrabissi -

21 novembre 2019, 09:20

Maschere: cosa significa essere «il sorriso» del Teatro Regio

undicesima puntata

Uno spettacolo dentro lo spettacolo, tutto da scoprire: "La fabbriceria dell'opera" è un suggestivo e esclusivo viaggio a puntate che Mara Pedrabissi conduce ogni settimana sulla Gazzetta di Parma dentro i luoghi "segreti" del nostro teatro Regio. Ma cosa c'è dietro le quinte? Più di quanto si possa immaginare perché niente è più vero della finzione del teatro. Ogni puntata è documentata da fotografie inedite e da un glossario

 

Divise precise come uniformi;  “tracolline” in velluto nero, confezionate direttamente dalla sartoria del teatro; trucco, per le donne, sempre perfettamente in ordine, mai sfacciato.
Professione: maschera. 
Diciamolo, per molti ragazzi e ragazze è un sogno a portata di mano: un’occupazione che consente di avere un'entrata economica, lavorando in un ambiente gradevole e conservando il tempo per lo studio.
Verità o falso mito? Abbiamo chiesto direttamente a alcune delle maschere in servizio al Teatro Regio e, alla fine, ci pare che sia un’occupazione capace di far emergere capacità e spirito di squadra. Non mancano gli aspetti critici, come  questi  giovani professionisti - l'età media è di 25 anni - raccontano. In tempo di Festival le maschere in servizio sono una sessantina; durante la stagione ordinaria una quarantina. Il personale di sala è assunto con contratti a prestazione, per un tempo determinato da un mese in su. Lo stipendio è variabile, in base all'impegno,  ma spesso «da solo non basta a essere del tutto autonomi», concordano. E' un impiego ricercato da studenti e universitari che, talora, se ne innamorano e restano anche oltre l’università. A volte, stabilmente andando a ricoprire altre funzioni in teatro. Ma la porta d’ingresso è sempre quella lì, dal Foyer. 
Elisa Galeazzi, adesso 35 anni, rigorosa “capomaschera”, ha messo piede nel Foyer nel 2007, dopo essere arrivata a Parma da Brescia per studiare Lingue al nostro Ateneo e frequentare il Conservatorio Boito  (si è diplomata in Flauto traverso): «Trovai il bando in Università, decisi di provare… La prima volta mi scartarono, mi riproposi l’anno dopo…». Sandra Bove, 37 anni, è in “divisa” dal 2006: «Frequentavo Giurisprudenza ma ero appassionata d’opera, così decisi di provare». Nel frattempo si è laureata eppure la professione dell’avvocato non le interessa: «Per ora preferisco così». Non è l’unica laureata: Giulia Ravanetti ha 28 anni ed è architetto, Elena Fiorini, 30 anni, di Aulla, è laureata in farmacia. Poi ci sono i gemelli Stefano e Alberto Tinelli, 22 anni, parmigiani, che hanno cominciato a mandare il curriculum dal quarto anno del Liceo Ulivi.

I REQUISITI 
La bella presenza aiuta ma non è certo l’elemento discriminante. «Servono empatia, sorriso e tanta pazienza - elencano -  Il pubblico è eterogeneo, bisogna intercettare i bisogni di tutti. E non sottovalutiamo la flessibilità, perché noi lavoriamo quando gli altri fanno festa: il venerdì, il sabato, la domenica e pure a Capodanno».
Dimestichezza con l'inglese, “of course”: durante il Festival si sente parlare più la lingua d'Albione che l'italiano. E saper gestire fasi acute di stress: «Non è semplice fare accomodare mille persone in mezz’ora,  il cosiddetto momento del “fare sala” in raccordo via radio con il palcoscenico e il direttore di scena,  rispettando l'orario d’inizio».

IMPREVISTI DA GESTIRE 
Non solo accoglienza e controllo dei biglietti. Sono da mettere in conto imprevisti come un malore tra il pubblico o un infortunio. «Abbiamo ricevuto una formazione specifica sulla sicurezza e sulle misure anti-incendio. Sappiamo quali procedure seguire».  Cos'è più difficile da gestire? «L’ospite arrogante. A differenza della Biglietteria noi non abbiamo un vetro davanti; a volte le persone travalicano il limite, nel bene e nel male». C’è chi si è sentita rivolgere recriminazioni  per le scelte del regista (!) e chi fare i complimenti per lo spettacolo.

SPIRITO DI GRUPPO
Uno spirito cameratesco lega questi giovani professionisti che, come nelle aule universitarie,  si scambiano materiali e esperienze. Qui non sono dispense e appunti  a passare di mano in mano ma giacche, cravatte e scarpe: «Per uno studente fuori sede può essere difficile integrarsi. Con noi trova subito un gruppo».  C’è chi non riesce a staccarsene: «Andrea, un collega laureato in Economia, anche dopo essere stato assunto full time da un’azienda continuò a mantenere questo lavoro per un anno e mezzo, per il piacere della compagnia». 
Visti i pro e i contro, chi è interessato può mandare il curriculum a personale@teatroregioparma.it

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Lessico familiare

FOYER  
Termine francese (propriamente «focolare») per indicare l'ambiente di sosta in teatro prima dell'ingresso in platea e nei palchi o durante gli intervalli.

FARE SALA  
L’espressione indica il momento in cui il pubblico può accedere alla sala. Il segnale viene dato dalle maschere d'intesa con il direttore di scena collegato via radio.