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LA FABBRICERIA DELL'OPERA/15

Tutto cambia in un battito di ciglia: è l'arte antica dei macchinisti

di Mara Pedrabissi -

19 dicembre 2019, 10:58

Tutto cambia in un battito di ciglia: è l'arte antica dei macchinisti

quattordicesima puntata

"La fabbriceria dell'opera" è un esclusivo viaggio a puntate che Mara Pedrabissi conduce ogni settimana sulla Gazzetta dentro i luoghi "segreti" del nostro Teatro Regio. Cosa c'è dietro le quinte? Più di quanto si possa immaginare perché niente è più vero della finzione del teatro. Ogni puntata è documentata da foto inedite e da un glossario

Con un esercizio di memoria, riavvolgiamo il nastro alla prima puntata del nostro viaggio nei luoghi misteriosi del Teatro Regio, sospesi sulla graticcia, insieme a Simone Zani. Dalla graticcia, a venti metri d'altezza, scoprimmo come possano “scendere” in palcoscenico neve, pioggia, petali, ma anche cavalli se non intere scenografie, contando 108 «tagli» in cui si posizionano i «tiri». Gli elementi scenici vengono movimentati, alzati o abbassati, attraverso un sistema di corde collocate in punti studiati: questa messa a punto è il “tiro”.
Per un graticcere che sta lassù, c'è un “contrappeso” di macchinisti che sta quaggiù. La squadra  del Regio è guidata da Pino Caradente e, in questo momento,  composta da Massimo “Greg” Gregorio, Giulio Vecchi, Stefano Furegato, Federico Napoli, Nicolò Baruffini, Gabriele Dordoni, Achraf Mathlouthi, Marco Raggi, Giovanni Verde e, appunto, Simone Zani. Il reparto, come altri del teatro, si amplia nei momenti di maggior impegno -  è  il caso del Festival - con contratti a termine, arrivando a contare anche 25 professionisti per gli allestimenti nel “tempio” di via Garibaldi.   

NON SONO ELETTRICISTI!
Non scambiate i macchinisti con gli elettricisti: tra i due reparti c'è una simpatica ma sentita arlìa.  Le battute volano facilmente, l'ambiente è cameratesco: «Noi macchinisti - dicono - siamo abituati al lavoro di squadra; se non siamo oliati come gli ingranaggi che muoviamo,  non arriva il risultato». Il motto è: «un macchinista non finisce mai di imparare, perché i problemi che si pongono sono sempre nuovi e nuove le soluzioni da escogitare». Può sembrare un'attività esclusivamente maschile ma  non è così: «Abbiamo avuto in squadra anche donne; non si tirano indietro davanti alla fatica!».
UN SAPERE ANTICO
Quella del macchinista è un'arte antichissima: il termine ha la medesima radice di macchina, la parola greca “mekos” cioè artificio.  Servono artifici per montare e smontare il materiale scenico prima e dopo gli spettacoli; servono artifici per effettuare cambi scena in gran carriera con il pubblico in sala: competenze che si tramandano da secoli. Cambiamenti ci sono, dettati dalle nuove normative:  le corde in canapa, ad esempio, sono progressivamente sostituite da quelle in kevlar, ignifughe e con portata superiore. I «tiri» manuali lasciano il posto a quelli motorizzati che però hanno un movimento meno “poetico”; i pochi contrappesi rimasti sono ammessi solo con cavi d’acciaio.
Il lavoro dei macchinisti parte sempre da un disegno tecnico, una pianta. L'allestimento più complicato? «Ci sono gli allestimenti a cui siamo più affezionati, come “Rigoletto” e “Ballo in maschera” di Samaritani, tutti in legno con fondali dipinti,  cambi continui. Sono quelli che accompagniamo più sovente in tournée».  Il tempo massimo per un “cambio” è di venti minuti; un “cambio” a sipario abbassato con il pubblico in sala può essere contenuto anche in pochi minuti. Qualche trucco c'è: i pezzi recano dietro una “pecetta”, la targhetta che indica il numero del pannello e la parete di cui fa parte, la numerazione e i versi: guai a sbagliare, sennò si monta al contrario!

PAROLE IN CODICE
Ogni teatro ha il proprio codice per indicare il verso. Al Regio la parte bassa è il «piede», mentre la «testa» è la parte alta. Destra e sinistra, per convenzione, sono  segnate guardando dalla scena, con gli occhi del pubblico. A Verona si usano i termini “Municipio” e “Mutilatini” prendendo a riferimento la topografia della città. Lo stesso all'Opéra National de Paris: «à jardin» e «à cour» indicano rispettivamente la sinistra e la destra della scena.  
Un altro trucco è il ricorso a un   binario avvitato sul palcoscenico su cui far scorrere carri non visibili al pubblico che permettono di spostare parti di scenografie.  Ne «I Due Foscari» dell'ultimo Festival, arrivava in scena una scala “motu proprio”: in realtà era sospinta da un carro. Sempre nei «Foscari», la cèntina (la struttura curva per il fondale)  era mossa da sei motori: pesava quasi due tonnellate. Alla base ci sono dei calcoli in relazione alla portata della graticcia.  
Vi siete mai chiesti dove salta Tosca nell'ultimo atto, quando si getta disperata nel Tevere sotto Castel Sant'Angelo? «Prepariamo dietro dei praticabili, strutture modulari in legno. con sopra un  materasso di almeno 4 metri per 4».  Nell'«Attila» per la regia di Andrea De Rosa del Festival 2018 un muro crollava a vista: «Ogni sera imbottivamo la scenografia di borotalco, quando tiravamo giù il muro, grazie anche all'effetto delle luci, si alzava un polverone». Qualche “fuoriprogramma” c'è stato: alla prova generale di una «Bohème»  il macchinista “perdette il segno” della tramoggia (un sacco speciale,  in bilico e per metà con i buchi)  da cui doveva scendere la neve ...  si scatenò una bufera. Ma spesso noi seduti in poltrona, non ne accorgiamo neppure.     
 

 

 

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Lessico familiare

PECETTA  
Etichetta apposta sul retro delle scenografie che indica il numero di pannello e la parete di cui fa parte. L'indicazione serve per il montaggio/smontaggio.

CARRO
E' un carrello, posto in modo da non essere visto dal pubblico, usato per spostare e movimentare pezzi di scena. Corre lungo un binario avvitato sul palcoscenico. 

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RIAPERTURE

Divisi dalle rive del Po finalmente insieme

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SUI BINARI

In stazione, chi va e chi viene. L'importante è riabbracciarsi

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SOS NON UDENTI

Mascherine trasparenti? Sono introvabili