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Sudafrica: Dalle rivolte di Soweto al nuovo sogno di Jo'burg

La segregazione razziale è un ricordo: ma Johannesburg resta una città difficile che vive ancora mille contrasti e paure
 

di Luca Pelagatti -

30 novembre 2019, 15:09

Sudafrica: Dalle rivolte di  Soweto al nuovo sogno di Jo'burg

Ha un'anima ferita da decenni di sopraffazione, un passato costruito sulla ricerca dell'oro. Per fortuna c'è anche una speranza di futuro basata, finalmente, sull'integrazione. Anche se resta un presente difficile, fatto di quartieri dove la strada è una jungla circondate da filo spinato  dove scorre l'alta tensione. Se non bastasse le guardie scrivono sulle pareti «Qui si spara». Fate attenzione: non è solo un modo di dire.
LA CORSA ALL'ORO DEL 1880
Johannesburg è nata alla fine del 1880 quando qui si scoprì una vena aurifera. Quella che erano distese di foresta e pianura incontaminata divennero così  una città e ancora oggi si vedono i segni delle miniere abbandonate tra le case. Già questo fa capire come possa essere un luogo sospeso, nato dal desiderio di ricchezza ma dove, al contrario si respira tanta povertà. Un luogo dove per generazioni l'oro per molti è stato sostituito dal piombo dei proiettili. 
Una metropoli sterminata di oltre cinque milioni di abitanti, che si estende, in apparenza, all'infinito  con distese di baracche e chiazze blindate di case di lusso. Una metropoli con un centro da evitare fatto di palazzi occupati  mentre tutto intorno ci sono quartieri che stanno cercando di rinascere. Come, peraltro, accade in tutto il Sudafrica che dal 1994 ha cambiato vita. Ma resta segnato da problemi profondi.
Ecco perchè Jo’burg, come la chiama la gente di qui, per molti resta giusto un punto di passaggio, uno scalo dove lasciare il jet e prendere l'aereo ad elica con cui raggiungere le piste  nei parchi o i resort che regalano suggestioni da esploratore. Oltre all'incontro con i big five.
Eppure ci sono delle cose da vedere a Johannesburg. E, paradosso in ogni altra parte del mondo, non sono quasi mai in centro. Li, tra i grattacieli, si passa solo su auto con i finestrini sempre alzati.  E dove la guida ti dice, senza apparente emozione: «Se tu scendessi verresti immediatamente aggredito. E nessuno farebbe nulla per proteggerti». Questo perché sei straniero, ovviamente ricco e soprattutto bianco. E in questa terra di nessuno, con i palazzi senza elettricità, con le finestre murate e gli squatter che dormono sul marciapiedi essere bianco vuol dire avere un destino segnato. Come risulta fatalmente normale in paese che alla maggioranza nera per troppo tempo ha destinato solo ghetti, disprezzo e violenza. 
L'APARTHEID IN UN MUSEO
Lo si capisce benissimo andando a visitare il Museo dell'apartheid, nato nel 2001, dove attraverso video, schede, esposizioni di oggetti si sprofonda nella follia della segregazione. I visitatori si trovano faccia a faccia con ciò che l'apartheid ha significato per la maggior parte della popolazione del Sudafrica. E per capirlo all'ingresso si viene catalogati come bianchi o non bianchi. Per provare  da subito cosa voleva dire essere cittadini di seconda classe. 
Il percorso poi racconta lo sviluppo della coscienza nera, il razzismo degli afrikaners e si sofferma sui momenti di svolta nella storia come i disordini di Soweto del 1976 e la drammatica liberazione di Nelson Mandela dalla prigione alla fine degli anni '80. La mostra sulla vita e la carriera politica di Madiba, il soprannome affettuoso  dato a Mandela,  occupa una parte particolarmente toccante del Museo. E il suo sorriso, ancora oggi, scalda il cuore.
Parlando di Mandela poi, non si può trascurare la visita alla casa dove il premio Nobel e paladino dei diritti civili, oltre che presidente del paese, visse con la sua famiglia dal 1946. La famiglia Mandela, la seconda moglie, Winnie e le due figlie della coppia, continuò ad occupare la casa fino agli anni '90 ma dopo che Mandela fu liberato dall'isola di Robben, lui non visse più lì. La casa è stata in seguito donata dal presidente al Soweto Heritage Trust e da allora è diventata un'attrazione così come la strada su cui si trova, la Vilakazi Street, la sola strada al mondo ad avere ospitato due premi Nobel: Mandela, appunto e l’arcivescovo Desmond Tutu.
L'abitazione di quattro stanze, incredibilmente modesta,  è ora una casa-museo ed è piena di molte fotografie di famiglia risalenti agli anni '50, oltre a opere d'arte, dottorati onorari assegnati e ricordi di questo eroe del suo popolo.
Tra l'altro questa visita permette di vedere quello che è il quartiere forse più interessante della città: South Western Townships. Ovvero, con un acronimo, Soweto, un'area urbana enorme che è stato il centro della lotta contro l'apartheid. Non a caso il suo nome, per anni, è stato il sinonimo di rivolte e sangue. Oggi, è una zona decisamente pacifica e piacevole, abitata da oltre due milioni di persone che vivono in tutti i tipi di case, dalle lussuose dimore alle minuscole baracche. Il risultato è che oggi Soweto attira molti turisti attratti dalla sua ricca storia politica e dalla sua piacevole atmosfera nata dal fondersi di diverse culture e tradizioni. Se in Sudafrica per legge si parlano ben 11 lingue è certo che qui le sentirete tutte. Poi, se potete, fate una sosta al memoriale dedicato a Hector Pieterson. E' una delle vittime degli scontri di Soweto del 1976, uno dei momenti più dolorosi per la storia del paese e furono tanti i morti come Hector. Ma c'è un dettaglio: lui aveva solo 13 anni.
Per finire il viaggio alla scoperta della città si può andare a vedere l'altra faccia della Johanesburg che cambia: ovvero Maboneng Precinct, il quartiere che grazie ad una radicale rigenerazione vuole ridare vita normale ad una città famosa per essere pericolosa e ostile. Qui si trovano locali e mostre d'arte, palazzi recuperati e muri diventati tele per artisti di strada, giovani eleganti e gente di ogni colore. Ci sono anche hotel di tendenza e molti spazi dedicati alla creatività. Una scommessa per una città che era simbolo di chiusura e che vuole aprirsi. E provare a pensare che l'età dell'oro non per forza è solo quella del passato. 
 

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