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60 anni fa nasceva 'Tutto il calcio minuto per minuto'. L'epos delle partite «guardate» in radio  

L'idea fu di Guglielmo Moretti. Il via alle trasmissioni il 10 gennaio 1960

di Alberto Monguidi -

10 gennaio 2020, 09:02

60 anni fa nasceva 'Tutto il calcio minuto per minuto'. L'epos delle partite «guardate» in radio  

Chissà se dall’unione di quelle tre menti c’era già la consapevolezza di generare un format che avrebbe accompagnato le trasformazioni della comunicazione e resistito alle incursioni del calcio moderno. Quelle tre menti erano Roberto Bortoluzzi, Guglielmo Moretti e Sergio Zavoli, ognuno costruttore di un mattone su cui fu edificato Tutto il Calcio minuto per minuto, che da 60 anni giusti giusti racconta agli italiani le partite di calcio. 

Era infatti il 10 gennaio 1960 quando il padre di tutti i radiocronisti, Nicolò Carosio, aprì i collegamenti alternandosi dalla sua postazione di San Siro con Enrico Ameri, in diretta dal Dall'Ara per Bologna-Napoli, e con Andrea Boscione che dava notizie di Alessandria-Padova. Tutto sotto la regia di Bortoluzzi che ebbe il compito di rendere operativa, attraverso il coordinamento da studio, quella che doveva essere in prima battuta una trasmissione-sperimentazione.

Moretti infatti voleva semplicemente fare una prova generale di un appuntamento che da lì a poco avrebbe visto l’Italia al centro del mondo, le Olimpiadi di Roma. 
In Rai ci si chiedeva se sarebbero stati in grado di raccontare più eventi simultaneamente e così si disse: facciamo una prova con il calcio. Un programma simile andava in onda in Francia e parlava velocemente di rugby e di ippica: Moretti ebbe l’idea di adattarlo alle attese calciofile del popolo italiano. Qualche anno dopo lo stesso Bortoluzzi ammise candidamente che la difficoltà più grande di quelle prime puntate era non scivolare mentre si correva durante la trasmissione nei corridoi della redazione: "Andava da una stanza all’altra a chiedere gli aggiornamenti degli altri campi, quelli non collegati, risultati avuti con una semplice telefonata al custode dello stadio" ricorda oggi Riccardo Cucchi. 
E Zavoli? Zavoli si occupò del nome, che fu subito criticato perché troppo lungo per una radio. Eppure...

Eppure "A taste of Honey", la sigla, c’è entrata talmente in testa da diventare una hit sotto la doccia, se vediamo una bottiglia di Stock 84 (da Trieste), poi, ci viene automaticamente da pensare possa essere servita per festeggiare una vittoria o consolarsi per una sconfitta, «Clamoroso al Cibali» è diventata la metafora nel linguaggio di tutti i giorni per esprimere una sorpresa.

Quindi Carosio, Ameri, Ciotti, Provenzali (quello di Wembley e di Parma-Anversa), Cucchi, Raffa, Bisantis per calare carichi da undici e ricordarci quanto sia stata popolare una trasmissione capace di fare punte da 25 milioni di spettatori, audience che nessun’altra radio ma nemmeno nessun’altra tv è stata mai in grado di uguagliare. Al punto che in un certo momento la Rai decise di mandarla a reti unificate, Radiouno, Radiodue e Isoradio: tanto pensare ad alternative concorrenziali sarebbe stato tempo sprecato. 

Era il 1990, la trasmissione era al culmine della popolarità, Tele+ sarebbe arrivata tre anni dopo a iniziare, con le dirette delle partite del campionato, a erodere non certo a distruggere il primato di Tutto il Calcio. Erano gli anni della prima radiocronista donna, Nicoletta Grifoni che poi traspose il format sulla pallavolo, e della rivalità Ameri-Ciotti, due personaggi dai quali non si può prescindere per parlare di questa avventura. Il primo era l’evoluzione di Nicolò Carosio, di cui abbiamo già parlato e il quale si presentava davanti al microfono algido, istituzionale, tecnicamente perfetto.

Ameri era un Carosio veloce, ritmato, sempre elegante ma con in aggiunta un pizzico di passione e trasporto emotivo. Sandro Ciotti non poteva aspirare alla perfezione tecnica di Ameri e allora si inventò inimitabile, nessuno infatti dopo di lui in Corso Sempione a Milano (e poi negli studi di Saxa Rubra) si permise di dire in radiocronaca termini quali "ventilazione inapprezzabile", "spalti gremiti al limite della capienza", né tantomeno "fallo proditorio". Proprio l’ultimo atto di Ciotti coincide con il Parma, il 12 maggio 1996 al Sant’Elia giocava ovviamente il Cagliari contro di noi… «Soltanto per dire che quella che ho appena tentato di concludere è stata la mia ultima radiocronaca per la Rai, un grazie affettuoso a tutti gli ascoltatori, mi mancheranno» disse mentre Bucci, Cannavaro, Crippa, Zola e Pippo Inzaghi uscivano dal campo. 

Riccardo Cucchi esordì a Campobasso nell’82 poi da caporedattore concluse la sua carriera nel febbraio di tre anni fa con un Inter Empoli. In mezzo molte partite, due in particolare che ricordano anche a Parma, la vittoria a Mosca della Coppa Uefa contro l’Olympique di Marsiglia e qualche anno prima l’esordio di Buffon contro il Milan: "Che bella stagione la 98/99 – dice – girai l’Europa con il Parma, quindi la finale e poi il ritorno in aereo con il trofeo in braccio". "Era un Parma fantastico – continua – con una dirigenza molto disponibile. Le interviste a Mosca le feci ai giocatori in accappatoio, visti i tempi stretti ci permisero di entrare nello spogliatoio e improvvisare una conferenza stampa".
Poi Buffon… "senza nascondermi ho espresso tutto il mio stupore in apertura di collegamento per l’utilizzo di un ragazzo così giovane in una partita così importante, io venivo anche durante la settimana a godermi gli allenamenti in Cittadella, in mezzo alla gente, sapevo delle potenzialità di quel giovane portiere, ma da qui a farlo giocare contro il Milan…". 

Passa qualche anno, lo slang del calcio cambia, in radio a volte si anticipa la lingua italiana, non si dice più «barba al palo» e nemmeno «corner per la squadra dello Stretto» ma «aggredire la profondità», e un altro radiocronista si lega a Parma. Tonino Raffa, calabrese di Reggio Calabria, pare si fosse tanto affezionato alla nostra città da dire ai due Corrado, Marvasi e Cavazzini, «se per un dono divino un giorno potrò rinascere, allora vorrò essere parmigiano». Famosa la sua frase dopo l’eliminazione in semifinale di Coppa Uefa del Parma a Mosca il 5 maggio 2005: «… ma in campionato né Carmignani né Baraldi vorranno fare la fine di Napoleone».

E lo spareggio di Bologna di un mese e mezzo dopo gli diede ragione. Una radiocronaca quella di Mosca con tanto di panico iniziale: "Stava partendo la sigla con il collegamento e mi arrivarono le formazioni, in cirillico! Gabriele Majo fu più veloce di Mennea e in un minuto mi ricostruì entrambi gli schieramenti". Anche per lui, per Raffa cioè, l’ultima radiocronaca fu con il Parma, al Tardini, 1 a 0 contro la Juventus gol di Giovinco. Alla fine gli regalarono una maglietta gialloblù con scritto 1125. Tante infatti erano state le radiocronache in carriera. La prima fu di spalla ad Ameri, Catanzaro-Juventus 0-1; negli spogliatoi interrogò Paolo Rossi appena tornato dalla squalifica di due anni per calcioscommesse: «Chissà se Bearzot si ricorderà di me per le convocazioni di Spagna» disse l’attaccante al microfono. Da lì a poco Pablito diventò campione del mondo, capocannoniere del mondiale e pallone d’oro: «Mai intervista fu tanto profetica» ci dice Raffa al telefono. 

Ezio Luzzi è diventato famoso perché cercò in modo disperato di equiparare la B alla A. Non ci riuscì, ma di poco. Fu promosso caporedattore ma continuò a fare le radiocronache della Serie B. Celebre un suo litigio in diretta con Bortoluzzi che spiazzato da due gol in contemporanea del Palermo e da San Siro diede la precedenza al secondo perché il Milan era in A: "Eh no un gol della Serie B vale quanto un gol della Serie A" disse Luzzi in diretta. Eppure lui in B ci finì quasi per caso: "Prima la faceva Mario Gismondi che poi fu chiamato a dirigere il Corriere dello sport. E allora Moretti chiese a me che ero l’ultimo arrivato di occuparmene con la promessa che poi sarei tornato presto presto a raccontare di Juve e Inter".

Ma poi Luzzi ai cadetti ci si affezionò e inciampò nel Parma nella stagione 1985/86: "Una delle più belle squadre mai viste in Serie B. Dal momento che decidevo io mi inviavo sempre al Tardini perché Sacchi si vedeva che era di un altro pianeta. Poi ce lo portò via il Milan...". Un rapporto che nacque allora ed è continuato nel tempo tanto che il libro che Luzzi sta scrivendo sulla storia di Tutto il calcio porta la prefazione del ct di Fusignano. 

Era il 1987/88 e in Federcalcio si dibatteva della questione se autorizzare la trasmissione a fare anche i primi tempi. C’era infatti il timore che la gente poi non andasse più allo stadio. I fili delle cabine erano tirati dalla Sip e la tattica portata all’eccesso di Sacchi iniziava a dare i primi grattacapi ai radiocronisti: "Chiaro che è più semplice fare la cronaca dei contropiedi di Herrera che del tiki taka di Guardiola" sostiene Cucchi. 

Da lì a poco poi sono arrivate le tv che in vent’anni hanno cambiato il calcio, ci sono partite a tutte le ore e le remore sulle presenze allo stadio sono l’ultimo dei problemi. Bisogna far quadrare i bilanci e le entrate per i diritti televisivi viaggiano sul 60-65% dei fatturati delle società. Buonanotte ai sognatori. Tutto il Calcio però ha mantenuto quel velo di romanticismo che neanche troppo sotto sotto piace ai tifosi. Il 6 dicembre 2015, fuori da ogni regola imposta, in mezzo alle altre partite di A ci finisce anche Parma-Ravenna di Serie D. Un regalo agli appassionati e un riconoscimento a un club che al successo della trasmissione ha contribuito mica poco. "Ma Tutto il calcio non morirà mai" è il grido di battaglia di Filippo Corsini, oggi capo della redazione sportiva radio della Rai. "Accettiamo la sfida anche se lo spezzatino coinvolgerà tutte e dieci le partite. Noi abbiamo il nostro zoccolo duro fatto di fedelissimi". "Ci sono i nostalgici e quelli che nel budget famigliare non ci possono mettere l’abbonamento di Sky - aggiunge Cucchi -. Colmiamo un vuoto".