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«Questa emergenza cambierà il mondo e quindi cambierà anche lo sport»

L'intervista a Mauro Berruto: "Avremo uno sport un po' più vicino alle persone e un po' più lontano dalla finanza"

19 marzo 2020, 15:09

«Questa emergenza cambierà il mondo  e quindi cambierà anche lo sport»

Mauro Berruto per un anno è stato a Parma: scelta giusta per una pallavolo giovane che però non riuscì a rinascere. Ma un anno è bastato per conoscere uno degli uomini più eclettici dello sport italiano. Un grande allenatore, un intellettuale, opinionista per un anno alla Domenica Sportiva dove raccontava a modo suo storie di sport. Parlargli, più di quindici anni dopo il suo passaggio a Parma, è sempre un piacere. Un ritrovarsi, tutti in quarantena per contrastare l'emergenza dettata da questo maledetto coronavirus.  Parlando di come il mondo dello sport, gli atleti, possano affrontare questo momento unico. Più che un'intervista una chiacchierata su queste giornate incredbili. «Sto vivendo questo momento con quel senso di responsabilità che spero tutte le persone, soprattutto di sport, stiano usando - spiega Berruto -. Dal primo dei professionisti sino all'ultimo degli amatori».
Quanto può aiutare lo sport?
«Aiuta. Non è retorica, ma lo sport ci insegna delle difficoltà, della fatica, delle sconfitte. Per poter ottenere un giorno un risultato importante e adesso più che mai questo insegnamento ha un senso».
Uno sport che però è fermo. 
«Inevitabilmente perde una delle sue caratteristiche, ovvero lo spettacolo che ogni evento può dare. Gli atleti oggi non possono fare quello che normalmente sono chiamati a dare, ovvero giocare, fare sport, riempire gli stadi. Ma non devono fermarsi nel loro compito di ispirare le persone. Oggi siamo chiamati a fare quello, soprattutto quegli atleti che sono icone. Loro sono chiamati a dare coscienza e responsabilità, che ci cambieranno quando questa vicenda sarà finita. E in questo senso lo sport può essere importante. E mi auguro che questa occasione non vada persa. C'è uno sport che insegna ai ragazzi».
Agli atleti professionisti, in questo momento, cosa consigli di fare?
«I grandi campioni sono sempre fatti di una somma di componenti: una è quella tecnica, una è mentale e una tattica. Fisico, intelligenza e personalità: in queste tre aree di allenamento una in questo momento è straordinariamente allenabile. Ovvero quella di puntare su se stessi. Questa storia allucinante ci sta insegnando che ci sono cose non allenabili e questo dobbiamo saperlo». 
Anche per gli allenatori dunque è un periodo difficile.
«Noi allenatori cerchiamo di allenare tutto, di prevedere tutto. Invece questa faccenda ti dimostra che non tutto è allenabile, che non tutto è prevedibile. Ora bisogna decidere cosa fare all'interno di qualcosa che tu non puoi prevedere e tanto meno allenare. E questo aspetto si può allenare, anche rimanendo seduti nella scrivania e utilizzando questo tempo sino a quando si tornerà in campo. Perché si tornerà a manifestare quella fisicità di cui parlavamo prima e lo si farà in modo ancora più importante. Questa emergenza che capita una sola volta nella vita deve essere usata per crescere in una delle tre aree allenabili». 
Cambierà lo sport professionistico, che ripensandoci adesso sembra sempre più chiuso in se stesso. 
«Cambierà il mondo e quindi cambierà lo sport. Mi piange il cuore dirlo ma soprattutto il calcio ci ha messo più degli altri a capire questa emergenza. Pensiamo ai ritardi dell'Uefa nel prendere certe decisioni, nel fermare le partite. Soprattutto se pensiamo come invece solitamente lo sport abbia invece anticipato le grandi questioni, l'inclusione, le lotte anti razziste. In questo caso invece un certo tipo di sport è arrivato dopo. Però cambierà lo sport e il modello sportivo, un modello che era arrivato a estremi insostenibili con l'aspetto primario se non esclusivo legato al business. Avremo uno sport un po' più vicino alle persone e un po' più lontano dalla finanza».