Sei in Sport

LA STORIA

«La mia terapia contro il Parkinson? Il basket con un bel tiro a canestro»

L'intervista a Dino Pironti. "Ora vivo a San Secondo e da vent'anni lotto contro la malattia. Mi aiuta il mio passato da giocatore in serie A"

18 luglio 2020, 11:58

«La mia terapia contro il Parkinson? Il basket con un bel tiro a canestro»

«Amore, voglio fare un tiro, passami il pallone». Più che una semplice richiesta alla moglie Paula, si tratta di un atto di straordinaria volontà e coraggio: è molto più che un semplice gesto sportivo, è voglia di vivere affrontando un avversario ben più temibile di quelli incontrati sui parquet di mezza Italia, in trent’anni di carriera.
 Da oltre diciotto anni Dino Pironti, ex campione di basket ora stabilitosi con la sua famiglia a San Secondo, soffre infatti di Parkinson: gli era stato diagnosticato nel gennaio del 2002, quando l’allora 48enne Dino aveva lasciato da soltanto due anni il ruolo di giocatore-allenatore al Cus Parma, punto finale di una straordinaria carriera avviata nell’Auxilium Pallacanestro Torino nei primi anni Settanta, e che poi proseguì in diverse squadre tra le serie A e C, sino agli ultimi anni giocati nel Parmense e alla drammatica diagnosi post-ritiro.
 Sul suo imponente fisico si era abbattuto il Parkinson. «Ma l’indole da sportivo che ha sempre caratterizzato mio marito - spiega Paula -  «non è mai venuta meno nonostante il progredire della malattia»: e così quando alcuni giorni fa, dopo essersi recato a Schia insieme a Paula per incontrare l’amico Andrea, Dino Pironti si è ritrovato sul piccolo campo da basket della frazione montana ai piedi del monte Caio, il richiamo del canestro è stato troppo forte, tanto da rendere impossibile per lui l’idea di rinunciare a qualche tiro libero a canestro. 
Al suo fianco, per sostenerlo, la moglie, sotto al canestro l’amico Andrea. «La fluidità non è più quella di un tempo, ma il polso lo spezza ancora perfettamente: il basket è la sua vita e sempre lo sarà», commenta la moglie, nel vederlo al palleggio prima di mirare con il pallone verso il canestro. 
Senza fallire il tiro, ovviamente. Un momento immortalato con la macchina fotografica dalla moglie dell’amico di Dino: Paula invia successivamente lo scatto allo staff della pagina «La giornata tipo», una delle pagine più seguite tra quelle legate al basket nel mondo social, e sulla stessa pagina viene condivisa l’immagine vista nel giro di pochi minuti da «Meo» Sacchetti, coach della Fortitudo Bologna e della nazionale italiana di basket.
 Meo e Dino sono stati compagni di squadra a Torino, poco meno di cinquant’anni fa. E ora Sacchetti non resiste: tramite il figlio Bryan, chiede ai gestori della pagina un contatto telefonico per poter parlare direttamente con Dino Pironti. 
«È stata una piacevole sorpresa», racconta Dino ripensando a quella telefonata: «Da tantissimi anni io e Meo ci sentiamo spesso e inevitabilmente scappa qualche lacrimuccia». Non soltanto perché è particolarmente emotivo, Dino Pironti: «Il basket è parte del mio dna: da anni non toccavo un pallone, e quando mi sono trovato su quel campo a Schia l’emozione di poter tornare a canestro è stata indescrivibile. Così come poter risentire un amico con cui ci frequentavamo ogni giorno ai tempi di Torino».
 Anni non così lontani, perché per Dino il basket è tuttora «una ragione di vita, per le nottate trascorse davanti alla televisione con mia moglie guardando le partite dell’Nba, per l'attenzione che rivolgo ai giovani emergenti nel panorama della pallacanestro italiana». 
Ma per Dino Pironti, la pallacanestro è soprattutto una terapia contro quel male che da quasi vent’anni lo ha colpito. «Il basket mi ha insegnato ad essere grintoso contro le avversità della vita e a non concedere nulla al Parkinson, in grado di portare ogni giorno me e chi ne soffre a perdere qualcosa in brillantezza, mobilità ed equilibrio. Arrendersi è brutto: e il basket mi ha insegnato a non arrendermi mai».