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Morto a 55 anni

Addio a «Gedeone»: i Panthers come una famiglia

Ha disputato 6 finali scudetto, di cui 4 vinte  

di Paolo Mulazzi -

26 luglio 2021, 09:20

Addio a «Gedeone»: i Panthers  come una famiglia

La casacca dei Panthers numero 66, come il suo anno di nascita, è come se l’avesse avuta tatuata addosso, Massimo «Gedeone» Guidarini. 
«Per me è una famiglia, non dico la prima, ma... Questo sin da quando capitava di prendere 50 punti e farne 0. Tant’è che non riesco a smettere. Non so da quanti anni è che dico basta, poi a gennaio-febbraio torna tutto come prima. Non so quanti, più giovani di me, arrivano alla semifinale finendo di lavorare alle 5 di mattina per poi alle 11 essere al campo. Però è il mio divertimento, la mia valvola di sfogo. Questa volta, però, sì: quella di sabato sarà l’ultima partita, veramente». Lo aveva dichiarato su queste pagine nei giorni che precedevano l’Italian Bowl del 2013 disputato, e vinto, dai Panthers contro i Seamen Milano. Alla veneranda età di 47 anni (e giocava nella linea difensiva, non ricevitore; bisogna guardare una partita per capire cosa vuol dire). 


Nonostante il lavoro (ha fatto anche il buttafuori in discoteca) e due figlie. Due figlie che insieme alla moglie e alla sua “seconda famiglia” ne piangono la morte, improvvisa, avvenuta venerdì, a soli 55 anni, a Civitanova Marche dove si era trasferito da poco per motivi di lavoro.
 Una scomparsa avvenuta pochi giorni dopo la conquista del quinto scudetto da parte dei Panthers, anche questo contro i Seamen; giusto pochi giorni fa, «Gedeone»  aveva mandato un messaggio a un gruppo di ex giocatori facendo i complimenti alla squadra per la bella vittoria. 
Nei Panthers, Guidarini aveva cominciato a giocare nel 1986, lui, milanese di nascita che a due anni si trasferì a Sestola, che da giovane faceva discesa libera e dava del tu ad Alberto Tomba, ma parmigiano d’adozione. 


Ex allievo salesiano, «Gedeone» aveva frequentato per cinque anni il San Benedetto con don Gianni Messa ed era molto legato a quella realtà.  
Aveva iniziato coi Panthers per “colpa” di due giocatori che venivano dai Seamen e che andavano nella stessa palestra dove andava lui: Alberto Ferrari e Norberto De Angelis. Era tornato a giocarci dopo l’esperienza ai Phoenix San Lazzaro (Bo) poiché agli inizi degli anni ‘90 la società era in difficoltà e di lì a poco chiuse temporaneamente l’attività. 
Dalla metà degli anni ‘90 e per un decennio lavorò in Russia, facendo i salti mortali per tornare a giocare alcune partite: soltanto lui poteva andare e venire da San Pietroburgo in auto. Rientrò stabilmente a Parma giusto in tempo per entrare nella storia dei Panthers, con quei due Italian Bowl del 2006 e 2007 persi coi mostri sacri del Lions Bergamo e con i quattro vinti consecutivamente dal 2010 al 2013. 


Il presidente Ugo Bonvicini lo ricorda così: «Era proprio una brava persona. Purtroppo non abbiamo ancora finito di festeggiare che ci tocca subito piangere. Abbiamo giocato insieme ed eravamo amici di lunga data; abbiamo trascorso insieme tanti momenti fuori dal campo. Alcuni mesi fa era venuto a Moletolo, ma lo seppi al telefono perché mi disse che per via del covid non si era avvicinato perché non voleva disturbare. Fu in quell’occasione che seppi che si trasferiva nelle Marche per lavoro».