Cinquant’anni fa vinse il suo unico scudetto con l’Inter: era la stagione 1970-’71 e Mario Bertini di quella squadra era uno dei calciatori più forti. Una vita a centrocampo, prima da mezz’ala e poi da mediano - ma di quelli che fanno gol -, e, conclusa l’avventura calcistica, un’altra vita nel campo dell’abbigliamento.
Toscano di Prato, ha vestito in serie A solo due maglie: quella della Fiorentina, dove arrivò giovanissimo, e quella dell’Inter. C’era anche lui in campo nella «partita del secolo», quella di Italia-Germania Ovest 4-3, a Città del Messico nel 1970, e nella successiva finale persa con il Brasile per 4-1. In questa intervista Mario Bertini ripercorre la sua lunga carriera.
Quando ha iniziato a giocare?
«Giocavo per strada, con gli amici, nel piazzale: dai 6 ai 13 anni. Qualche volta arrivavano le guardie e ci multavano. Ma noi non pagavamo. Un giorno l’allenatore del Prato, Faccenda, mi chiamò per un provino ma io non avevo neppure le scarpe da calcio e così non andai. Qualche tempo dopo lo incontrai di nuovo e lui mi disse subito “Perché non sei venuto al provino?” e io gli risposi “Non ho le scarpe». Lui replicò di non preoccuparmi perché me le avrebbero date loro. Così feci il provino e a 14 anni iniziai a giocare nelle giovanili del Prato. Ho giocato in diversi ruoli: terzino, mediano, ala sinistra. Segnavo anche tante reti.
Dopo il debutto con il Prato in serie C, poi è andato a Empoli, sempre in C, infine nell’estate del 1964 a Firenze, in serie A: cosa ricorda del debutto nella massima serie?
«Ho esordito in serie A, nella prima giornata, contro il Foggia (13 settembre 1964 ndr) perché si era infortunato Benaglia, che giocava mezz’ala in coppia con Maschio. In quella Fiorentina c’erano anche Hamrin e Albertosi in porta. Quell’infortunio, debbo dirlo, è stata la mia fortuna. In panchina c’era Chiappella».
Ma quella Fiorentina che squadra era?
«Nel mio secondo anno in viola, ci chiamavano la “squadra yé-yé” perché era una squadra composta da giovanissimi, tra cui De Sisti, Chiarugi, Merlo. Chiappella mi cambiò anche di ruolo: mi vedeva meglio come mediano. E visto che non decidevo io, mi sono adattato. Certo avevamo un centrocampo composto da me, Merlo e De Sisti: davvero niente male. Terminammo il campionato al quarto posto e vincemmo la Coppa Italia in finale contro il Catanzaro con una mia rete, su rigore nei supplementari. Fui convocato anche in nazionale».
Nel “suo” ‘68 c’è il trasferimento all’Inter: lo considerò un passo in avanti nella carriera?
«Fui ceduto per una cifra molto alta, per me fu un fatto un po’ traumatico. Con i nerazzurri mi trovai subito bene: nel primo anno realizzai undici reti. Era un’Inter che voleva ricostruirsi e che, due anni dopo, vinse lo scudetto».
Ma l’anno in cui lei fu ceduto all’Inter, da Firenze se ne andarono anche Albertosi e Brugnera con destinazione Cagliari e la Fiorentina vinse, poi, lo scudetto.
«E’ proprio così con la cessione di noi tre la dirigenza viola prese un sacco di soldi, rinforzò la squadra e vinse il campionato».
Tornando all’Inter, proprio cinquant’anni fa, nella stagione 1970-’71 conquistò lo scudetto.
«Il mio unico scudetto anche se, come ho già ricordato, con la Fiorentina ho vinto una Coppa Italia e una Mitropa Cup».
Lei all’Inter era il rigorista, poi toccò Boninsegna...
«Nei primi due anni ero il rigorista, poi lasciai il compito a Boninsegna».
Quali erano le doti migliori di Bertini?
«E’ sempre difficile parlare di sé stesso, toccherebbe agli altri dare un giudizio. Io ero un centrocampista offensivo, mi sono ritrovato centrocampista difensivo, tiravo di destro e di sinistro. Mi era richiesto di correre tanto e di stare in marcatura sulla mezz’ala avversaria più temibile. Posso aggiungere che, avendo giocato anche da trequartista, ai venti metri sapevo fare l’ultimo passaggio per mandare in porta l’attaccante. Nella mia carriera in serie A ho realizzato 44 reti».
Chi sono stati gli avversari più temibili che ha affrontato?
«La mia bestia nera, che ha ogni calciatore, era Rizzo del Cagliari: era agile, mi faceva tribolare non poco. Quando marcavo Rivera, Sivori, Mazzola, prima di averlo compagno di squadra, era facile giocare bene contro di loro».
Lei ha partecipato “fuori rosa”, insieme a Riva, al mondiale del 1966 in Inghilterra: come lo ha vissuto?
«Io e Riva fummo aggregati alla Nazionale, in quanto facevamo già parte del giro azzurro e quindi non potevamo rifiutare, perché quando giochi, oltre agli averi, ci sono anche dei doveri. Fu un’esperienza che durò poco, quella squadra era vecchia e al ritorno in Italia, a Genova, anch’io e Riva, come gli altri, fummo bersagliati dai pomodori».
Quattro anni dopo, in Messico, lei era un colonna della Nazionale: ci racconta il famoso 4-3 tra Italia e Germania Ovest?
«Avrei molte cose da raccontare a proposito della “partita del secolo” come l’hanno successivamente chiamata: su tutte, però, una mi emoziona ancora ed è stata un importante insegnamento di vita. Alla fine della partita, con tutto quello che era accaduto, il capitano dei tedeschi Uwe Seeler, pur avendo perso, si è avvicinato a me, mi ha dato la mano e la maglia: quel gesto mi ha insegnato molto e non lo dimenticherò mai. Quell’Italia aveva due splendide prime punte: Boninsegna e Riva. Boninsegna arrivò a sorpresa ma su di lui non avevo dubbi: per me è stato il più forte centravanti della Nazionale azzurra, giocherebbe anche al giorno d’oggi. Di quella squadra ricordo l’unità d’intenti, poi uscì fuori la storia della staffetta e le polemiche sui giornali».
E della finale persa con il Brasile per 4-1?
«Abbiamo pagato, a caro prezzo, la “partita del secolo” con la Germania Ovest: chissà con mezz’ora in meno cosa sarebbe accaduto. Per un’ora abbiamo fatto bene, al loro livello: noi correvamo tanto, i brasiliani facevano correre la palla. Dopo il secondo gol ci siamo inginocchiati: ha vinto la squadra più forte, che si era imposta in tutte le partite».
Al ritorno in Italia, a Roma, come quattro anni prima a Genova, ancora pomodori.Un altro brutto ricordo?
«E’ proprio così. Quel calcio non faceva per me: c’ero dentro, era il mio “mestiere”: era una gioia giocare a calcio, l’avrei fatto anche gratis, e in più mi pagavano. Quando ho smesso di giocare, ho chiuso definitivamente con il calcio: avevo ricevuto tante offerte che ho rifiutato. Via dall’Inter, a novembre sono andato a Rimini, in serie B, chiamato da Bagnoli: ci siamo salvati ma la mia testa era altrove, pensavo già al mio futuro lavoro. Adesso sono in pensione: dopo la carriera di calciatore mi sono occupato di abbigliamento, alta moda, con un negozio a Bergamo».
Torniamo alla Nazionale azzurra, chi è stato l’avversario più temibile?
«Tanti gli avversari forti. Purtroppo ho un brutto ricordo legato a Van Moer: nella partita Belgio-Italia per le qualificazioni all’Europeo (il 13 maggio 1972, ultima in azzurro di Bertini ndr), feci un fallo e lui si ruppe un ginocchio. Era un calciatore che mi mise in difficoltà, da parte mia però non ci fu nessuna volontà di fargli male: fu, purtroppo, un brutto scontro di gioco».
In una carriera ricca di successi come la sua, c’è spazio per dei rimpianti?
«Ho concluso la carriera, come le ho già detto, dopo la salvezza conquistata a Rimini a 34 anni ma la mia testa aveva smesso molto prima. Certe delusioni ti fanno pensare, cose personali, e così mi sono dedicato ad altro».
Da toscano ha deciso di vivere a Bergamo: perché questa scelta?
«Mi sono innamorato della città alta di Bergamo, già quando giocavo nell’Inter: così, quando ho terminato la carriera, ho deciso di continuare a viverci».
Conclusa la carriera perché non ha fatto l’allenatore?
«Potevo fare tutto meno che l’allenatore».
C’è un Bertini nel nostro calcio?
«Il calcio di oggi è totalmente diverso, molto più veloce. E poi non ci sono italiani nel mio ruolo. In passato, penso, lo sia stato Ancelotti».
Ma per chi tifa?
«Sono simpatizzante di Fiorentina e Inter».
Infine una curiosità, ci racconta come è nato il disco “Inter spaziale”?
«Era il 1971, fu per un’iniziativa di beneficenza, scritto dall’interista Roberto Vecchioni, diventò l’inno ufficiale dell’Inter».
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