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Filippo Savi: «Pochi rimpianti, sono stato capitano del Parma»

L'ex «enfant prodige»: «Debuttai contro Kakà. Nessuno come Morfeo»

Filippo Savi

Filippo Savi

di Remo Gandolfi

04 Gennaio 2022,12:12

Filippo Savi sembrava destinato a calcare a lungo i palcoscenici del grande calcio. La dea bendata ha voluto diversamente ma anche se per poco tempo tutti hanno potuto vedere di quanta qualità era dotato.
Filippo a 34 anni non gioca più ma avrebbe ancora dovuto essere su un campo di calcio a recuperare palloni e a distribuirli con precisione e intelligenza.
«Mi sono laureato in scienze della nutrizione umana - spiega - e da circa tre anni sono responsabile di produzione di una azienda reggiana c di prodotti da forno surgelati. Ho avuto la fortuna di incontrare Matteo Cugini che ha creduto in me nonostante la mia pochissima esperienza lavorativa. Credo che un po’ di quella sfortuna avuta nel calcio sia stata ripagata in questa nuova vita lavorativa. Guardo pochissime partite e sinceramente per il momento va bene così».


Ma torniamo all’inizio.
«Ho avuto la fortuna di entrare nel settore giovanile del Parma fin da ragazzino. Il settore giovanile del Parma ai tempi era veramente di livello assoluto e i vari allenatori che ho avuto la fortuna di avere lungo il mio percorso, mi hanno trasmesso valori fondamentali che ritrovo ancora oggi nella mia vita fuori dal calcio, come il rispetto, il sacrificio e il saper stare in gruppo. Quel tipo di settore giovanile non formava solo giocatori ma anche uomini».

Chi sono stati i tuoi maestri?
«Ne ricordo principalmente tre: il primo Ermes Polli che riusciva ad inculcare a dei ragazzini il valore della disciplina. Mauro Rabitti, dove nelle sue squadre non poteva mai venir meno il rispetto verso i propri compagni e gli avversari e infine Carletto Regno con cui abbiamo vinto lo scudetto negli Allievi Nazionali».

Quando hai capito che avevi qualcosa in più della media?
«Probabilmente è stato dopo la prima chiamata in Nazionale, avevo 14 anni. Lì ho iniziato a rendermi conto che il calcio sarebbe potuto diventare il mio lavoro».
A distanza di qualche anno che sensazioni hai ripensando a quella meravigliosa squadra degli Allievi Nazionali del Parma?
«Sinceramente ogni tanto ci penso ancora, perché l’unica maglietta che ho appeso in camera è proprio quella della vittoria dello scudetto. Eravamo una squadra incredibile, probabilmente la più forte della storia del settore giovanile del Parma, ed esserne stato il capitano mi rende ancora oggi orgoglioso».

22 aprile 2005. Mister Carmignani ti prende da parte e ti dice che gli serve qualcuno che si prenda cura di Kakà. La tua prima reazione?
«Ho saputo di dover marcare Kakà la mattina stessa della partita, durante la rifinitura. Il fatto di averlo saputo all’ultimo è stata una fortuna perché ho avuto poco tempo per pensarci. Poi quando sei giovane ti butti senza rifletterci troppo e quindi alcune cose vengono di conseguenza più facili».

C’è un’altra partita in particolare che è rimasta scolpita nella tua memoria?
«Sicuramente lo spareggio con il Bologna. Ero un ragazzino ma la tensione e la pressione che si avvertivano me le ricordo molto bene. Le giornate passate in ritiro prima delle due partite sembravano interminabili, penso di essere invecchiato di un paio d’anni in quel periodo! Comunque la festa in città al ritorno da Bologna, penso sia qualcosa di impagabile. Se ci ripenso mi vengono ancora i brividi!».


Hai giocato praticamente in tutte le Nazionali giovanili azzurre fino all’Under 20. Chi è il più forte in assoluto con cui hai giocato?
«La generazione 86/87/88 secondo me era di livello assoluto. Avevamo una nazionale composta da giocatori fortissimi, come Cerci, Giovinco, Marchisio, Giuseppe Rossi per citarne alcuni e non aver vinto niente a livello di nazionale giovanile è un qualcosa che ancora oggi faccio fatica a spiegare. Però se devo scegliere il compagno più forte con cui ho avuto il piacere di giocare, dal punto di vista calcistico, non posso che dire Domenico Morfeo. Le cose che faceva lui sul terreno di gioco non può insegnartele nessuno, vedeva giocate che spesso sembravano inimmaginabili. Era semplicemente unico».

C’è un compagno di squadra che ricordi con particolare affetto?
«Sono quattro i compagni di squadra che ricordo con affetto e che considero “amici”: Davide Addona con cui ho avuto il piacere di giocare diversi anni insieme (Crociati Noceto, Fidenza, Lentigione), insegnante di matematica all’università, persona di una cultura e di una intelligenza più unica che rara. Emiliano Tarana con cui ho condiviso gli anni di Lentigione. Una persona stupenda e giocatore straordinario. Poi Pasquale Iadaresta, un girovago del calcio, un “animale” dell’area, dall’animo buono e gentile. E infine il mio compagno di mille battaglie Alberto Galuppo, che ha avuto la fortuna di crescere come me nel settore giovanile del Parma».


Chi è stato l’avversario diretto più ostico che hai incontrato?
«Anche se ho giocato poco ai massimi livelli potrò sempre raccontare di aver marcato a uomo tre palloni d’oro: Kakà, Figo, Ronaldinho. Poi ci metterei Totti e infine Nasri, che con la nazionale francese mi faceva sempre impazzire».


C’è un allenatore che ricordi con particolare affetto e riconoscenza?
«Il miglior allenatore che ho avuto e di cui conservo un ricordo bellissimo è Davide Ballardini. Magari di primo acchito non sembra la persona più “squisita” di questo mondo, ma insegnava calcio in maniera chiara e diretta, comprensibile a tutti, a cui univa valori umani importanti».


La gioia più grande della tua carriera calcistica?
«Purtroppo ho vinto un solo campionato nella mia vita, quello di Eccellenza con il Lentigione. Ma la mia gioia più grande è stata l’aver indossato la fascia di capitano del Parma. Una delle cose che mi rende più orgoglioso della mia vita. Anche quella si trova in camera. Per un ragazzo come me, nato a Parma, tifoso del Parma, cresciuto nel settore giovanile nel Parma, aver indossato la maglia e la fascia di capitano della squadra della tua città nonché la squadra del tuo cuore, mi fa credere di essere riuscito a realizzare quel sogno che avevo fin da bambino, quando mio padre mi portava allo stadio a vedere il fantastico Parma di Nevio Scala».


Hai sempre affrontato con molta maturità e consapevolezza tutti gli infortuni che ti sono capitati in carriera. Quando hai capito che tornare a certi livelli sarebbe stato impossibile?
«Già dopo il secondo intervento non sono più riuscito a tornare quello di prima, soprattutto dal punto di vista fisico. Poi tutti quegli infortuni a catena, mi avevano fatto perdere molta fiducia in me stesso e questo sicuramente ha peggiorato le cose. Se in quei momenti, avessi avuto la consapevolezza e la maturità acquisita successivamente probabilmente avrei giocato ad alti livelli per più tempo, nonostante gli infortuni».


Hai dei rimpianti?
«Se dicessi di non averli sarei un bugiardo. Avrei voluto indossare la maglia del Parma e perché no la fascia di capitano tante altre volte ma purtroppo non è andata così. Già da tempo però ho smesso di pensarci e oggi se mi giro e guardo indietro, nonostante tutto, mi ritengo molto fortunato».

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