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PARMA OLIMPICA

Gandini, il «battilamiera» che fu oro a Melbourne '56

È l'unico titolo olimpico conquistato da un parmigiano

di Alberto Dallatana -

23 luglio 2021, 12:12

Gandini, il «battilamiera» che fu oro a Melbourne '56

All’ingresso della loro carrozzeria, in via Dalmazia, nel dicembre del 1956 i fratelli Alberto e Guerino Iasoni affissero un cartello: «Il battilamiera Gandini è alle Olimpiadi». E il battilamiera, un garzone di vent’anni che superava di poco il metro e settanta, con due quadricipiti esplosivi e una gran dedizione per il ciclismo, tornò a Parma con la medaglia d’oro. Era la 16esima edizione dei Giochi, quelli di Melbourne, in Australia, dal 22 novembre al 7 dicembre (estate nell’emisfero sud). Sono passati 65 anni, mercoledì prossimo Franco Gandini spegnerà 85 candeline e, in attesa di un miracolo sportivo dei nostri in gara a Tokyo, sarà ancora l’unico campione olimpico nella storia dello sport parmense, grazie all’oro conquistato nel ciclismo su pista, specialità dell’inseguimento a squadre. Vive a Padova dal 1962, ma il legame con Parma è ancora forte, grazie soprattutto al fratello minore Adriano, ai nipoti e all’amore per il melodramma.

«Ho 450 incisioni di vario tipo – racconta -, ovviamente tutte le opere di Verdi. La preferita? Difficile scegliere, ma “La forza del destino” è qualcosa di splendido». La vicenda dell’amore tormentato tra Don Alvaro e Donna Leonora non ha nulla a che fare con quello, nato ormai sessant’anni fa, tra Franco e la padovana Marisa. Però il destino si è sicuramente sbizzarrito con quel ragazzo di San Lazzaro che salì per la prima volta su una bici da corsa per emulare il fratello maggiore Aldo (ottimo corridore, scomparso nel 2007). 
Nel maggio del1956, dopo un anno di convalescenza per un brutto incidente di gara, Franco vinse la crono Parma-San Secondo e da lì fu spinto a provare la pista, al velodromo di Fiorenzuola: «Non ci avevo mai messo piede, ma tutti rimasero stupiti dalla mia prestazione». Gli bastarono due mesi per convincere il ct della Nazionale pista Guido Costa di essere l’anello mancante del quartetto, l’uomo in grado di dare il cambio a quel fenomeno di Leandro Faggin.

Così ottenne il posto per Melbourne (all’epoca, come fino al 1992, nel ciclismo gareggiavano i Dilettanti). «Dovetti chiedere un lungo periodo di ferie e Guerino Iasoni, che era un grande appassionato di ciclismo, fu ben felice di concedermelo». Il quartetto, che lotta contro gli avversari e contro il tempo, deve essere un meccanismo perfetto. Faggin, Domenicali, Pizzali e Gandini lo erano. E ancora di più lo diventarono quando Gasparella dovette sostituire Pizzali, caduto nelle qualifiche. 
Gli Azzurri eliminarono gli inglesi (con Tom Simpson) in semifinale, poi si ritrovarono di fronte la Francia in finale. La condussero sempre in vantaggio, chiudendo i quattromila metri in 4’36”: medaglia d’oro! «Una gioia indescrivibile. Io, che fino a due mesi prima lavoravo in carrozzeria, ero lì, sul gradino più alto del podio».
Tornarono in Italia che era quasi Natale, fecero tappa da Papa Pio XII, poi dal presidente della Repubblica Giovanni Gronchi, quindi Gandini tornò a Parma, «e c’era la nebbia quando arrivai in stazione, con i tifosi che mi attendevano per fare festa». Ma lui non si montò la testa, tornò a lavorare in carrozzeria, dove i clienti chiedevano di poter vedere il ragazzo diventato campione olimpico.

La sua carriera di ciclista, fra un clamoroso mondiale vinto e poi revocato (nel 1957), titoli italiani e perfino il miglioramento del record di Coppi (che lo stimava) sui quattro chilometri, si chiuse alla fine della stagione 1960, ad appena ventiquattro anni, dopo tre fra i professionisti.

A Padova, dove ha costruito una bellissima famiglia con due figli, strinse una forte amicizia con Leandro Faggin, finché un tumore non si porto via il «Rosso volante», il 6 dicembre del 1970, a 37 anni. Franco lo andò a trovare in ospedale proprio la sera prima, quel poco che riuscirono a dirsi resta chiuso a chiave nel profondo del suo cuore. «Lo penso spesso, il povero Leandro. Mi piace ricordarlo in quella notte australiana, quando insieme conquistammo l’oro più bello del mondo».