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Cinquant'anni fa sei parmigiani al primo mondiale giocato dall'Italia

22 novembre 2020, 10:06

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di Andrea Ponticelli

Cinquant'anni fa il baseball azzurro diventava grande. Lasciava l'Europa, dopo gli interminabili duelli - peraltro sempre persi - contro gli olandesi e si avventurava in quelle esperienze ai campionati mondiali sfociate poi nelle tre edizioni della rassegna iridata giocate in Italia e soprattutto a Parma.
 Cinquant'anni fa, nel novembre 1970 a Cartagena e Barranquilla in Colombia, cinque giocatori parmigiani poi entrati nella storia del baseball italiano parteciparono al primo campionato mondiale giocato dalla nazionale italiana. 


Il viaggio di Bertoni, Castelli, Gatti, Iaschi Ugolotti e degli azzurri senza neanche un oriundo  poggiava le basi soprattutto nella inestimabile opera diplomatica di Aldo Notari, nella sua veste di vice presidente federale alle spalle di Bruno Beneck: il Duca, già allora presidente della massima società parmigiana, aveva capito da tempo che il nostro baseball sarebbe cresciuto  soltanto appoggiandosi alle potenze riconosciute del baseball dilettantistico mondiale: come ad esempio Cuba. 


Uno dei primi passi di questa collaborazione tecnica e dirigenziale fu anche quello di invitare la nazionale caraibica a giocare una serie di partite amichevoli in Italia: e se guardiamo con gli occhi della memoria a Parma, resta storica quella giocata al Tardini il 21 agosto 1968 e vinta dai cubani per 21-0.

Anche sulla base di questa amichevole i cubani decisero di appoggiare il lavoro di Notari e del baseball azzurro. Grazie al loro sostegno l'Italia venne accettata al mondiale in Colombia: questa partecipazione sfociò in una sola vittoria, peraltro storica perché ottenuta per 6-2 contro gli storici rivali dell'Olanda. 
Per il resto l'Italia perse tutte le altre partite: ma anche una di queste entrò nella storia del baseball azzurro, quella subita per 3-2 contro gli Stati Uniti. Dilettanti sì, ma pur sempre americani.

 Lanciava Giacomo Bertoni. In quella stagione militava nella Renana Rimini, poi l'anno dopo venne acquistato dalla Bernazzoli Parma e divenne uno dei lanciatori più vincenti del batti e corri parmigiano. 

A Barranquilla contro gli Stati Uniti sparava autentiche cannonate. Il pubblico colombiano lo sosteneva urlando «ponchalo, ponchalo»: nel colorito linguaggio sudamericano significa «mettilo strike-out». 
Non potè evitare la sconfitta, peraltro in virtù di punti subiti a causa di circostanze fortuite, ma divenne un protagonista in un mondiale dove Giorgio Castelli rivelò al mondo del baseball la sua  potenza. 

Aveva debuttato due anni prima nella massima serie con la Tanara, quando aveva appena 17 anni. E a 19 anni concluse quel mondiale in Colombia con 14 valide su 39 turni, la media di 358 eccellente in una rassegna iridata, sei punti battuti a casa  e un fuoricampo decisivo proprio contro l'Olanda. 
Era già Castelli, insomma: era già il  simbolo di quella scuola parmigiana creata nelle giovanili dell'Astra da Guido Pellacini, diventata poi celebre in tutto il mondo come base per i grandi trionfi del batti e corri parmigiani. 

Era una nazionale di giovani. L'allenava  Chet Morgan. Veniva dal Texas. Preso da Notari nel 1967 aveva traghettato il baseball parmigiano e italiano nel professionismo. Anche grazie al suo lavoro quei giovani sarebbero diventati grandi.
 Bertoni e Castelli avevano allora 19 anni. Ugolotti uno in più: finì quel mondiale con cinque valide, due doppi e 4 punti battuti a casa. 
Gatti a 25 anni  portò l'esperienza del veterano. Iaschi ne aveva 22. Era un debuttante: per le sue sette valide, ottenute - non dimentichiamolo - in un mondiale la federazione lo premiò con il riconoscimento  destinato al miglior debuttante in azzurro e intitolato a Sergio Setti, un pioniere sui diamanti milanesi. 
A distanza di 50 anni resta un altro momento indimenticabile di quel mondiale.