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BEPPE CONTI

«Il mio ciclismo e i miei campioni: mezzo secolo a caccia di scoop»

di Claudio Rinaldi -

15 maggio 2020, 12:15

«Il mio  ciclismo e i miei campioni: mezzo secolo  a caccia di scoop»

Beppe Conti, vincere il “premio Bruno Raschi” è una gran bella soddisfazione, per un inviato che segue il ciclismo da mezzo secolo.
«Sono molto felice. Raschi è stato un gigante, il numero uno del ciclismo, in assoluto. I suoi articoli erano poesie. I primi da leggere, quando prendevi la mazzetta dei giornali al mattino».
Hai tanti ricordi legati a Raschi?
«Tantissimi. Da ragazzo correvo in bici, ero bravino, ma sognavo di fare il giornalista. Mio padre, appassionatissimo di ciclismo, aveva conosciuto Raschi, tornando al suo paesello, e gli aveva parlato della mia passione. “Gli dica di venirmi a trovare in redazione”, gli aveva detto. Ma io non ho mai osato».
Origini comune montanare, tuo padre e Raschi. 
«Certo. Mio padre era di Cereseto, Raschi di Borgotaro. Si erano conosciuti al santuario di Bedonia. Mio padre era un emigrante mancato: tutta la sua famiglia era andata negli Stati Uniti, un suo fratello a New York aveva aperto il ristorante Rapallo sulla Quinta Strada. Quando avrebbe dovuto imbarcarsi anche lui, Mussolini aveva “stretto” sui passaporti. Niente America. Ha trovato lavoro a Torino, ha conosciuto mia madre e hanno preso casa a Cambiano, ai piedi delle colline, dove vivo tutt’ora. Ma gli era rimasto Cereseto nel cuore, tornava appena poteva e, immancabilmente, tutti gli anni per la festa della Madonna di San Marco».
E quando hai conosciuto Raschi?
«Ero stato preso come collaboratore dalla “Gazzetta dello Sport”, all’ufficio di corrispondenza di Torino, a 21 anni. Fu ancora mio padre a dare la notizia a Raschi. Lo andrò a cercare in sala stampa a una tappa del Giro del ’73, a Aosta. “Lo sa che mio figlio è suo collega?”, gli disse, orgogliosissimo. E Raschi mi telefonò».
Lui era già, da tempo, la prima firma del ciclismo.
«Sì, era un mito. In “Gazzetta” lo chiamavano il Divino. Era unico, il fascino fatto persona. Ricordo ancora il titolo, bellissimo, che fece Maurizio Mosca quando Raschi morì: “Addio Bruno, com’era bello leggerti e sentirti parlare”. Centratissimo: perché affascinava quando scriveva così quando parlava. A cena, quando prendeva la parola  lui, non si sentiva volare una mosca, era rispettato da tutti».
Gli hai reso un tributo curando la riedizione di “Ronda di notte”.
«Sì, ma avevo dato il mio contributo anche quando uscì la prima edizione, nel 1984. Il libro raccoglieva i pezzi scritti quando Bruno lavorava a “Tuttosport”, con il leggendario Carlin Bergoglio, negli anni Cinquanta. Raccolsi io tutti gli articoli in archivio e glieli passai. Poi, nel 2013, per il trentesimo della morte, con gli amici di Borgotaro abbiamo fatto un’edizione speciale».
Tra tante grandi firme, è stato davvero il migliore?
«La mia classifica personale, per il ciclismo, è questa: primo Raschi, secondo Brera, terzo Mura. Poi, Brera e Mura hanno scritto cose meravigliose di calcio e di tante altre cose. Ma nel ciclismo Bruno è stato il numero uno».
Torniamo alla tua carriera. Un destino scritto, il tuo, tra ciclismo e giornalismo.
«Effettivamente sì. Ho corso in bici per cinque anni, dai 15 ai 19. Ho vinto dieci corse, un anno sono stato terzo, per punteggio, tra gli allievi del Piemonte. Ma capivo che non avrei sfondato e sognavo da sempre di fare il giornalista. Dopo la maturità, mi sono iscritto a Scienze politiche. Sai come l’ho scelta? Perché ho scoperto che Brera era laureato in Scienze politiche».
Sei entrato alla “rosea” e hai bruciato le tappe.
«A 21 anni collaboratore, poi praticante, professionista a 24. Corrispondente da Torino, anni entusiasmanti. Per me, tifoso torinista, indimenticabili: era la stagione di Pulici e Graziani, dello scudetto del ’76, andavo tutti i giorni agli allenamenti di Juve e Toro. E poi davo una mano a Torriani a organizzare il finale della Milano-Torino e il Giro del Piemonte. E lui mi diceva sempre “Vedrai, ti faccio seguire il Giro da inviato”. Era il mio sogno».
Promessa mantenuta.
«Nel ’75 mi chiedono di andare a lavorare a Milano, per “passare” le pagine del Giro, per impratichirmi. Ero già contentissimo così, ero alle dipendente di Maurizio Mosca, che era il capo della “squadra” di inviati al Giro. Un po’ di gavetta, mi dicevano, il prossimo anno tocca a te».
E com’è andata?
«Niente da fare. Io me lo sognavo di notte, ho passato l’inverno a immaginarmi al seguito della carovana. E invece, nella primavera del ’76 il direttore Remo Grigliè convince Gianni Brera a tornare alla “rosea”, che aveva diretto quando aveva trent’anni e se n’era andato dopo cinque anni sbattendo la porta».
E allora?
«Brera, ovviamente, era la prima firma. Tutte le altre – Bruno Raschi, Luigi Gianoli, Sergio Meda,  Franco Melli – sono “scalati”. E io sono rimasto escluso».
L’hai presa male?
«Malissimo. Quell’anno poi è morto mio padre, è stata una botta terribile. Sono andato in crisi. Finché mi ha chiamato Ormezzano, all’epoca direttore di “Tuttosport”. “Vieni qui – mi ha detto –. Lì sarai sempre chiuso. Vieni con noi, ti faccio fare il calcio in inverno e il ciclismo in primavera e in estate”. Ho subito cambiato casacca».
E hai messo in fila una serie impressionante di record.
«Be’, sì, modestamente. Dal 1977, ho seguito 43 Giri consecutivi, 33 Parigi-Roubaix consecutive, 27 Tour de France, tutti i Mondiali dal ‘78».
Insomma, una scelta felice.
«Credo di sì. Qualche volta mi sono venuti dei dubbi. Angelo Zomegnan, che ha preso il mio posto alla “rosea”, anni dopo è diventato direttore del Giro. Chissà».
Hai fatto tanta carta stampata e tanta tivù.
«Sì, nel 2009 sono andato in pensione da “Tuttosport” e ho cominciato a fare il commentatore per la Rai. Tanti anni prima ero stato telecronista di Tele Capodistria».
È più divertente scrivere di ciclismo o commentarlo in tivù?
«Sono due mondi molto diversi, a me piacciono entrambi. Modestamente, penso di cavarmela bene sia scrivendo articoli che commentando le immagini».
Come mai il ciclismo ha ispirato tante belle penne? Da Alfonso Gatto a Dino Buzzati, da Orio Vergani a Indro Montanelli. 
«Perché nessuno sport si presta come il ciclismo al racconto. Nel calcio – che pure è popolarissimo in tutto il mondo – si corre dietro a una palla. Negli anni di quei fuoriclasse della scrittura i corridori scalavano montagne sullo sterrato, facevano imprese eroiche. E, particolare non da poco, non c’era la televisione. La gente “vedeva” le imprese dei campioni attraverso il racconto di quegli scrittori. E poi il ciclismo era di gran lunga lo sport più popolare. Ti faccio un esempio: Fiorenzo Magni aveva appeso una prima pagina della “Gazzetta dello Sport”, nel suo ufficio. Un grande titolo d’apertura, che occupava quasi tutta la pagina, su una sua vittoria di tappa. Sotto, di taglio basso, il titolo sul Milan che, battendo l’Inter nel derby, aveva vinto lo scudetto. Ti rendi conto?».
Com’è cambiato il modo di raccontare il ciclismo?
«Un altro mondo, un altro giornalismo, un’altra umanità. Una volta andavo nelle camere d’albergo dei ciclisti, durante i massaggi. Adesso è tutta un’altra cosa. Ma molto meglio del calcio, peraltro. Lì è impossibile avere un rapporto diretto con i giocatori, decidono gli uffici stampa: che quando il protagonista è il centravanti ti fanno intervistare il portiere».
Un aneddoto della tua lunghissima carriera.
«Uno dei ricordi più belli è degli anni alla “Gazzetta dello Sport”: la trasferta a Verona per Verona-Torino, penultima del campionato 1975-’76. Al Toro bastava un punto per vincere lo scudetto. La “Gazzetta” manda Brera e il sottoscritto. E si aggrega il direttore Grigliè, tifosissimo del Torino. Giornata indimenticabile, sotto tutti i punti di vista. A cominciare dal pranzo, ai “12 Apostoli”, che era il posto del cuore di Brera a Verona. Era un pozzo di cultura, Brera, ti illuminava, e tu ti beavi di quello che raccontava: su Verona, sulla storia, su tutto. Poi siamo andati allo stadio: e appena preso possesso del suo scranno ha cominciato il rito del borsello. Ha estratto pipa, tabacco, taccuino da stenografo, biro. E poi la fiaschetta del whisky. “Beppe, tira un sorso. Per le coronarie, sei tifoso granata”. E io: “Ma Gianni, ho 25 anni, le coronarie sono a posto”. “Bevi lo stesso, ti farà bene”».
Cos’è per te il giornalismo?
«La passione di una vita. Prima di tutto, per me, è sempre venuta la notizia. Per tutta la carriera ho inseguito gli scoop».
Ne hai messo a segno tanti?
«Altroché. Per anni ho anticipato su “Tuttosport” il percorso del Giro, facendo bruciare molto i colleghi della “Gazzetta dello Sport”. Una volta, addirittura, ho fatto perdere il Giro a Pantani».
E come?
«Era il ’94, ho pubblicato il percorso tre giorni prima della presentazione ufficiale. Il direttore del Giro, Castellano, si è talmente arrabbiato che ha cambiato il percorso, cancellando la cronoscalata Trento-Bondone, durissima, sostituita con la Lavagna-Passo del Bocco, e anticipando il Mortirolo, per “addolcire” l’ultima settimana. Ha vinto Berzin. E Pantani, ridendo, ha dato la colpa a me».
Ma come facevi ad avere in anteprima il percorso?
«Cambiavo sempre informatore: una volta un direttore sportivo, una volta un tipografo. Ma l’ottenevo sempre».
Altri scoop?
«Le interviste del dopo-gara. Io ero velocissimo a correre dietro a Moser e Saronni, pochi metri dopo il traguardo. Raccoglievo quattro battute da uno, poi le riferivo all’altro. Ci veniva sempre un “pieno”. Quando i corridori tornavano in albergo, non c’era più verso di parlare con loro. I telefonini non esistevano, gli alberghi avevano due linee telefoniche, sempre occupate dai corridori. E spesso ero l’unico ad avere le dichiarazioni del dopo-gara».
Tra i tanti ciclisti di cui hai raccontato le gesta, qual è stato il più grande?
«Moser. Sempre stato in buoni rapporti con lui, siamo rimasti amici ancora oggi. Abbiamo fatti tanti capodanni insieme a casa di Tarcisio Persogona, altro mio grande amico.  Ero legato a Moser dalla gioventù, abbiamo corso anche una gara insieme, da allievi. E poi lui aveva le qualità che sono mancate a me per sfondare. Anche se andava piano, se non era la tappa giusta, era sempre lui a “fare” la corsa, imporre la tattica. E mi dava da scrivere pagine e pagine. Quando perdeva, non era mai per colpa sua. Di Saronni, o dell’organizzatore, o del gregario che non lo aveva aiutato abbastanza».
L’impresa che ti ha colpito di più?
«Sempre di Moser, le tre Parigi-Roubaix vinte di fila e il record dell’ora. Ho ancora negli occhi l’arrivo del ’78: vederlo entrare da solo al velodromo, con la maglia iridata, con tutti i francesi in piedi per osannarlo, è roba da brividi. Una di quelle cose che ti restano dentro per sempre. Come i record dell’ora di Città del Messico».
Ti aspettavi quel record?
«Sì, ero uno dei pochi a crederci. Non erano affatto convinti gli uomini della Enervit. Non ci credeva la “Gazzetta dello Sport”, che in Messico non mandò la prima firma del ciclismo. Io invece ero convinto che ce l’avrebbe fatta: un mese prima del tentativo, ho fatto questo titolo: “Vi spieghiamo perché Moser batterà il record di Merckx”. E ho fatto altri scoop per me indimenticabili, in quell’occasione. Prima dell’impresa, sono uscito a pranzo con Merckx, e lui mi ha detto “Guarda che il tuo amico farà fatica a battere il record di Coppi, non il mio”. Ho sparato un titolone che ha fatto scalpore. E poi, un altro scoop grazie a un giornale belga con cui collaboravo».
E cioè?
«Mandavo delle corrispondenze al “Hetnieuws Blad”, l’equivalente del “Corriere” delle Fiandre, è il giornale che organizza il Giro delle Fiandre. Io scrivevo in francese e loro traducevano i miei pezzi in fiammingo. Ovviamente, tutti i belgi tifavano contro Moser. Non hanno mandato inviati in Messico, hanno chiesto a me il pezzo. Dopo il primo record, detto l’articolo e scopro il giorno dopo che vicino al mio c’è un pezzo che dice “record da annullare, perché Moser indossava pantaloni lunghi”. Lo sparo a tutta pagina su “Tuttosport”, Moser si infuria. In effetti c’era un comma del regolamento che non contemplava i pantaloni lunghi. Poi si è rifatto, con quell’impressionante 51 Km e 151 metri. In pantaloni corti».
Non hai seguito solo il ciclismo.
«Ma no! Un po’ di calcio, in inverno: ma poco, perché Moser e Saronni davano da scrivere dodici mesi all’anno. E poi tutto il periodo di Alberto Tomba, dall’87 al ’98. Anni fantastici, Tomba era straordinario, avevamo un bellissimo rapporto. E poi, con la “Bomba” ho fatto uno degli scoop più belli della mia carriera».
Un altro?
«A fine settembre del ’98 aveva pensato di annunciare il ritiro alla grande festa della neve che si tiene ogni anno a Milano. L’ho saputo in anticipo, ho sparato il titolo a nove colonne in prima pagina. Gli ho bruciato la sorpresa, ma sai che soddisfazione!».