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“Selling England by the pound” dei Genesis: il mito contro il consumismo

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Il mito contrapposto al consumismo. Per chi scrive questa è una “puntata” particolare. Alla classica domanda su quale disco porterebbe con sé, dovendo lasciare per sempre la terra e fare rotta verso qualche lontano pianeta, ebbene, risponderebbe “Selling England by the pound” dei Genesis. La sfida sarebbe a cinque ma alla fine su “Atom heart mother” e “The wall”, entrambi dei Pink Floyd, o “Samarcanda” di Vecchioni e “Burattino senza fili” di Bennato, prevarrebbe l'album della band di progressive rock inglese che, essendo uscito nel settembre del 1973, sta per compiere i suoi primi 45 anni. E' infatti il “disco della vita” dell'autore di questa rubrica. Pur magnifico - chi scrive, però, si è capito, è “di parte” - da molti è considerato sul terzo gradino del podio dell'epoca di Peter Gabriel. Al primo, e chi scrive non è d'accordo, per molti c'è “The lamb lies down on Broadway”. Poi, “Foxtrot”, altro lavoro che “dovendo lasciare la terra” verrebbe la tentazione di portare. Ma per eleggere un lavoro a “disco della vita” non sempre i parametri sono razionali. I ricordi la fanno invece da padroni. Chi scrive ricorda quando Antonio Bobbio - sì, ancora lui, il compagno di classe e amico che aveva due fratelli più grandi e, grazie al quale, l'autore di questa rubrica conobbe, oltre i Genesis, anche i leggendari concerti di De André con la Pfm e i dischi più belli di Neil Young – portò in classe “Selling England by the pound”. E la prof di inglese colse la palla al balzo per far tradurre a quei ginnasiali dei primissimi Ottanta, “Dancing with the moonlit knight”, brano di apertura dell'album. Tra l'altro, l'edizione italiana, possedeva la traduzione italiana di Armando Gallo, massimo studioso del mitico gruppo inglese. La prof non era impazzita, anzi. Stravagante sotto altri aspetti ma preparatissima, quella volta aveva visto giusto. Quel brano, che apriva l'album, aveva continui rimandi alla storia e alla tradizione inglese, al Graal e a Re Artù e i cavalieri della Tavola Rotonda, e conteneva giochi di parole, tipici dei Genesis, e modi di dire. Era anche un atto d'accusa verso una società come quella britannica dominata dal consumismo più sfrenato (ed era “solo” il 1973) in cui, traducendo il titolo del disco, ormai si vendeva l'Inghilterra alla libbra. Una terra, quella degli antichi valori, che, come si chiede all'inizio del brano l'”unifauno”, neppure chi ci abita sa ormai più dove sia. Insomma, era un bel modo per interessare gli allievi. E da lì scattò l'amore di chi scrive per la band inglese e si fortificò l'interesse per quel mondo anglosassone in cui spesso il mito e la realtà si fondono e confondono.
Il secondo brano è uno di quelli che hanno avuto maggior fortuna della produzione dei “vecchi” Genesis. E' la storia di Jacob, un giovane smidollato e per scriverla Peter Gabriel si ispirò a “The dream”, un quadro della pittrice Betty Swanwick che divenne anche l'immagine di copertina del disco. Poi viene “Firth of fifth”, gioco di parole come sa bene chi è stato in Scozia, sul Firth of Forth. Irresistibile l'attacco di Tony Banks al pianoforte. “More fool me” non è cantata da Gabriel ma da Phil Collins, che successivamente diventerà frontman del gruppo. Con il resto del disco c'entra poco, ma è un orecchiabile pezzo su un amore non corrisposto.
Nel lato B, con introduzione di pifferi e tamburi, torna però prepotentemente la “cifra stilistica” dei Genesis. “The battle of Epping Forest” è un lungo brano che tratta di una resa dei conti tra due bande per il controllo dell'East End londinese. Epping, dove si trova la foresta che fa da teatro allo scontro, è al capolinea della central line della metropolitana londinese. Dopo una battaglia così bisogna riprendere fiato ed ecco che arriva la strumentale “After the ordeal”, un brano che nasconde però tanti significati. Ordeal significa dura prova ma anche ordalìa, il giudizio di Dio, che riporta l'ascoltare in quel Medioevo che i Genesis avevano fatto rivivere l'anno prima nelll'album “Foxtrot“ in pezzi leggendari come “Time table” e “Can-utility and the coastliners”.
Anche “The cinema show” rappresenta uno dei brani più riusciti del gruppo. E' anche un viaggio letterario tra Shakespeare, Eliot e il mitico indovino greco Tiresia che da uomo diventò donna e, come scrive Armando gallo nella note alla sua traduzione, trovò “questa seconda esperienza più favorevole ad un maggior appagamento sessuale”. L'ultimo brevissimo brano, “Aisle of plenty”, riprende la melodia del pezzo d'apertura ed è una dura critica alla modernità e al consumismo. E' un cerchio che si chiude. Come una Tavola Rotonda.
Da youtube Dancing with the moonlit knight

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  • Francesco

    27 Agosto @ 07.41

    Un disco complicatamente bellissimo. Grazie per la sua passione recensoria è un caloroso invito a tutti quei nuovi giovani (io sono un quattordicenne con 35 anni di esperienza successiva...) che, ne sono sicuro, possiedono il senso della bellezza ma senza averlo ancora ben scoperto, ricoperto da prodotti radiofonici che di musicale hanno davvero poco. Grazie di cuore. Francesco

    Rispondi

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