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IL DISCO

Quel “bastardo” del Califfo

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Ha compiuto, in questo 2018, quarantasei anni il primo album di Franco Califano: “'N bastardo venuto dar sud”. Non è il suo lavoro più famoso, perché tante altre perle arriveranno di lì a poco, ma fotografa appieno chi era l'artista romano, sebbene nato da genitori campani, nel '38 su un aereo diretto a Tripoli. Califano, per tutti il “Califfo”, scomparso nel 2013, è stato uno che della propria vita ha fatto un'opera d'arte. Graffiante, provocatoria, dura, controcorrente. Ma pur sempre, e forse proprio per questo, un'opera d'arte.
Uomo controcorrente, non ha mai lisciato il pelo a nessuno, men che meno alla sinistra come molti suoi colleghi dell'epoca. Intelligente che se ne sbatteva delle “intellighenzie”, già affermato paroliere (negli anni Sessanta aveva già scritto le immortali “E la chiamano estate” e “La musica è finita” e poi, per citarne soltanto un altro capolavoro “La nevicata del '56” per Mia Martini) e interprete, il “Califfo” è stato recentemente e splendidamente raccontato da Enrico Ruggeri nel suo “Il falco e il gabbiano” in onda su Radio24 (trasmissione a cui ha partecipato anche Giuseppe Cruciani che, fan di Califano, lo ha definito con tre semplici parole: “Un uomo libero). Uno che si è potuto permettere il lusso, pagando spesso di persona, di raccontare nelle sue canzoni soprattutto se stesso.
In “'N bastardo venuto dar Sud”, fin dal titolo, è l'autobiografia a farla da padrona. A rimarcarlo la lingua usata nelle canzoni che sono tutte di Califano. Uno che è stato tutto, compresi i problemi con la giustizia, ma “non invano”. La lingua è infatti il romanesco, idioma della città da lui tanto amata. Dai dodici brani emerge un “Califfo” a metà tra il lirico e il duro, tra lo scanzonato e il disperato. La voce non è forse ancora quella vissuta del Califano dei tempi d'oro, che sarebbero arrivati di lì a poco quando nel 1976 uscirà “Tutto il resto è noia”, un album che, oltre al successo, entrerà addirittura tra i modi di dire italiani.
Nel primo album c'è Roma e la dura vita della borgata nella bella e terribile “Gratta gratta amico mio”, scritta insieme a Fred Bongusto. O in “N bastardo” in cui canta “che te posso dà, la mia eredità, è 'sta faccia da bastardo”. Una poesia tipica del Califfo: dolce e amara allo stesso tempo. “Quattro regine e quattro re” è un'allegoria della vita, sempre la sua, attraverso l'azzardo. E qui il Califfo è sornione: “Non è ancora nata , quella che me pò fregà”. Ma poi, l'amore viene sempre prima di tutto e “s'io punto 'er core, nun permetto de barà”. Nel disco di Califano c'è anche un capolavoro, quella “Semo gente de borgata” che diventò uno dei pezzi forti di altri due grandi cantanti e cantori della romanità, Wilma Goich ed Edoardo Vianello, I Vianella.
Da youtube Semo gente de borgata

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