Tennis

Caso Williams: "Solo perché sono donna", l'America si divide sul sessismo

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La tennista si prende 17mila dollari di multa e riapre il dibattito, dalle molestie al gap salariale

WASHINGTON - «E' solo perché sono una donna!». L’urlo di Serena Williams squarcia d’improvviso il silenzio dell’Athur Ashe Stadium, agli Us Open di tennis, e scuote l’opinione pubblica americana che torna a interrogarsi su cosa voglia dire sessismo e su quali forme il fenomeno può assumere: da quelle più eclatanti che hanno portato alla nascita del movimento del #metoo contro le molestie sessuali, a tanti piccoli comportamenti, abusi di potere ed esclusioni non meno odiosi nei confronti delle donne. Soprattutto se poi di mezzo c'è anche una questione di razza.


Così un giudice di sedia che penalizza in maniera molto dubbia la star assoluta del tennis femminile, allontanando irrimediabilmente il sogno di un altro titolo del Grande Slam, diventa un caso. E dai giornali alle tv, ma soprattutto sui social media, opinionisti, commentatori e semplici cittadini si dividono su quale sia il limite invalicabile. Se sia giusto punire un’atleta donna per un "abuso verbale" sotto stress agonistico (ha dato del "ladro" al giudice), oppure se non sia un "abuso di potere" quello dell’arbitro che non ha potuto sopportare che una donna gli si rivolgesse con quel tono: a un tennista uomo non sarebbe mai accaduto, commentano in tanti, ricordando come il tennis sia pieno di questi episodi. Ma non sono pochi a puntare il dito sui "capricci" di una campionessa che non accetta di perdere.

Per la Williams è arrivata una multa da 17mila dollari. 4 mila sono per i presunti segnali scambiati col suo coach durante il match, 3mila per aver rotto la racchetta in un gesto di rabbia e 10mila per abuso verbale, avendo dato del "ladro" al giudice di linea Carlso Ramos. I soldi verranno detratti dal montepremi di 1,85 milioni di dollari guadagnato dalla campionessa.

Il dibattito mai sopito comunque riparte inesorabile, appassionato e rigoroso come solo in America sa esserlo, e investe diversi aspetti. Come quello delle disparità salariali ancora esistenti in quasi tutti i settori del mondo del lavoro. Anche nella avanzata e progressista Silicon Valley, dove permane in media una differenza del 4% tra quanto guadagnano gli uomini e quanto le donne, a parità di mansioni. Niente a che vedere col baratro del 20% che separa i due sessi nel resto dell’industria americana. Anche questo è sessismo. Per non parlare delle posizioni di vertice e di comando ancora appannaggio dei maschi dalla politica a quello che è stato definito «il club più maschilista al mondo": Wall Street.


Secondo l’ultima classifica del World Economic Forum gli Stati Uniti, dove si continua a sognare la prima donna che infranga il soffitto di cristallo diventando presidente, sono al 49mo posto per quel che riguarda l’uguaglianza di genere. E molto resta ancora da fare per combattere le le discriminazioni sul lavoro che tantissime donne, soprattutto se madri, devono subire in un Paese dove certi diritti - in Europa garantiti da sistemi di welfare consolidati - sono più sfumati.
Di sessismo si parla in queste ore sui social media anche a proposito di Donald Trump. Un’ex concorrente del reality show The Apprentice lo accusa di averla molestata nel 2007. Lui stavolta dovrà difendersi rispondendo sotto giuramento. Il famigerato video rubato in cui afferma come un uomo di potere e di successo può fare tutto ciò che vuole a una donna non lo aiuta di certo.

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