25 Aprile, i valori della Resistenza

Baldassarre Molossi

Il 22 aprile 1945, mentre gli alleati avanzano fra Bologna e Modena, e Parma attende di ora in ora l'arrivo dei partigiani, esce l'ultimo numero della Gazzetta di Parma repubblichina, firmata da Corrado Rocchi: il giornale è a mezzo foglio in formato ridotto, su cinque colonne.

Il titolo d'apertura, su tre colonne è dedicato a: «La celebrazione della Festa del Lavoro» (21 aprile), mentre al centro della pagina fa bella mostra di sé questa affermazione: «La resistenza germanica si rinsalda nella difesa di Berlino».

Argomenti più leggeri in seconda pagina: distribuzione di uova fresche, una riunione pugilistica al Ducale e questo annuncio: «I dirigenti del Dopolavoro «A. Farnese» continuando nella loro attività ricreativa ed istruttiva, offriranno oggi (inizio ore 15) agli associati un trattenimento musicale «Canzoni e ritmi» eseguito dall'orchestra Bocelli e da noti cantanti concittadini».

Non per niente il cinema Lux annuncia per l'indomani «Cose dell'altro mondo» con A. Nazzari e A. Falconi.

Infatti, l'indomani e i giorni che seguono accadono veramente cose dell'altro mondo: gli americani vengono in jeep a prendere il caffè in piazza, scendono i partigiani con le barbe lunghe e le bandiere rosse, i fascisti sono in fuga.

Alla bell'e meglio viene impaginata la Gazzetta di Parma (unico giornale dell'Europa occupata che non ha cambiato testata: in un primo momento il C. L. N. voleva ribattezzarla Il lavoratore) che porta i numeri 97, 98, 99 e 100 e esce in data 27 aprile con un titolo su tutta la pagina: «Parma liberata». L'articolo di fondo inizia così: «Grido prorompente che sgorga possente dal petto di un popolo soggiogato da 23 anni da un regine impostosi con la violenza e col terrore...» e termina con «W l'Italia!».

Il C. L. N. assume tutti i poteri di amministrazione e di governo e indirizza un imponente proclama alla cittadinanza: «Le catene del duro servaggio sono finalmente spezzate». Il Vescovo con il suo pacato appello impartisce a tutti una lezione di dignità e di buon senso. Prefetto della città è nominato l'ing. Giacomo Ferrari, Sindaco è «designato» il sig. Mario Bocchi, qualificato come «impiegato».

Il 28 aprile, mentre Mussolini finisce impiccato al distributore di benzina di piazzale Loreto, a Milano, un corsivo a piè della prima pagina della Gazzetta porta il titolo di «Ritorno alla legalità».

Due giorni dopo la Gazzetta con un titolo a caratteri di scatola su tutta la pagina annuncia: «Benito Mussolini giustiziato».

Il prof. Tito de Stefano firma il giornale e l'articolo di fondo dal titolo «Giustizia all'Italia». Arriva la prima lettera al direttore: un «vecchio lettore» che protesta per l'annunciata programmazione del «film della guerra fascista» Treno crociato. la curiosità dei lettori è attirata da una breve notizia di cronaca: «Il luogotenente del Regno in città. - E' transitato ieri per Parma il luogotenente del Regno. Egli si è recato al cimitero a rendere omaggio alle tombe dei Caduti per la libertà. Riconosciuto al suo passaggio è stato applaudito da una parte della folla, fra cui molte donne. Sono partiti al suo indirizzo anche parecchi fischi».

Il 2 maggio la Gazzetta dedica quattro colonne di piombo per la cronaca della celebrazione del 1° maggio: parla fra gli altri, l'«operaio» Ilariuzzi con parole che il cronista definisce «ardenti».

«Uno stendhaliano parmense» propone di intestare una via della città allo scrittore francese e la Gazzetta dà assicurazioni in merito. Comincia l'epoca dei balli proletari e democratici: il 5 maggio uno stelloncino annuncia: «Ballo del volontario della Libertà - Casino di Lettura - oggi alle ore 16 - 17 maggio ore 21 - Ballo in onore degli ufficiali alleati».

Il 7 maggio: viene inaugurato un nuovo genere di giornalismo. Titolo su due colonne in seconda pagina: «Circa mille arresti di squadristi, neofascisti e collaborazionisti»; nel testo si legge: «Fra le stesse (persone) spiccano le seguenti figure notissime in città e provincia»: Boselli Paolo, triumviro; Illari Giuseppe, professore universitario; Laugero Dante, direttore Dopolavoro.

Il 9 maggio il prof. Ferdinando Bernini si affianca a De Stefano nella direzione della Gazzetta e il giorno dopo il giornale pubblica un «Nuovo elenco di nazifascisti e collaborazionisti arrestati»: si apprende che dal Consorzio agrario «sono stati allontanati con provvedimento disciplinare 41 impiegati, 31 rappresentanti e otto operai perché compromessi col fascismo».

Due giorni dopo i lettori tirano un sospiro di sollievo: appare la prima critica cinematografica: il film favorevolmente recensito è «Viaggio senza fine» di John Ford. Il 12 maggio torna la luce, ma ha inizio il «problema del gas» che si dibatterà per lungo tempo. Il giorno dopo l'Unione di Parma del P. R. I. offre a Arturo Toscanini la tessera d'onore del partito mentre «alcuni lavoratori» protestano per aver pagato ottanta lire un pranzo in trattoria.

Il 18 maggio Togliatti è a Parma; l'indomani la Gazzetta dice che il Migliore (ma allora non si chiamava ancora così) «chiamato a gran voce dalla folla pronuncia un breve discorso accolto da applausi frenetici da parte del popolo delirante.

EPOPEA DEI PARTIGIANI IN PAGINE SENZA TEMPO

Giuseppe Marchetti

Due sono i filoni descrittivi, umani e letterari usciti dal gran mare delle testimonianze letterarie sulla Resistenza. Il primo è di natura storica col suo carico prezioso di antecedente e di documenti. Esso risale agli anni Venti, come si sa, in perpetua lotta contro il Fascismo sorgente. Il secondo, più articolato, ricco, contraddittorio, emblematico e drammatico, comprende racconti, diari, poesie, romanzi, epistolari e tutta una serie di scritti che la guerra, l'8 settembre '43 e, appunto, la Resistenza come partecipazione di popolo e di élite, hanno generato. Si deve forzatamente procedere per esempi. In realtà, poi, tali esempi molto spesso si richiamano all'interno di una identità che li unisce e li fonde, specialmente in letteratura. E, proprio a proposito di questo genere, occorre osservare che il suo significato è molteplice e plurivalente includendo pratiche di battaglie politiche, morali e di cronachistica quando non addirittura di propaganda. Il passare dei decenni ha compiuto una decisa scrematura fra tutto codesto materiale. Noi, ad esempio, ancora oggi guardiamo con particolare curiosità e apprezzamento la collana dei «Gettoni» einaudiani scelti da Elio Vittorini («Uomini e no» 1945) racconti e romanzi brevi, d'intervento immediato si potrebbe dire, che costituiscono l'ossatura, prima di tutto, di un genere non solo riguardante la Resistenza, ma le nuove opzioni sulla narrativa italiana degli anni immediatamente seguiti alla cessazione della seconda grande guerra e della guerra civile. Vengono alla mente in proposito, molti titoli, e non solo nei «Gettoni»: da «Il sergente nella neve» ('53) di Mario Rigoni Stern a «Il campo degli ufficiali» di Gianpiero Carocci ('54), da «Diario di un soldato semplice» di Raoul Lunardi ('52) a «Campo 29» di Sergio Antonielli ('49) da «L'Agnese va a morire» di Renata Viganò ('49) a «Il sentiero dei nidi di ragno» di Italo Calvino ('47). E l'elenco potrebbe continuare a lungo. Ma ci preme, a questo punto, sottolineare una singolare prospettiva di questo genere letterario che Giovanni Falaschi, presentando «La quarantasettesima» di Ubaldo Bertoli così fissava: «Nel nostro Novecento la generazione che ha fatto la Resistenza ha provato più di ogni altra il gusto e il piacere di ricordare; e ne è venuta fuori una letteratura a suo modo unica, fatta in gran parte di scrittori non professionisti, autori spesso di un libro solo. Superata la fase della congerie di memorie partigiane buttate giù nel dopoguerra sopratutto per il dovere di testimoniare, passato diverso tempo dalla Liberazione ha aiutato i migliori a ricomporre i ricordi serbati dalla fedeltà della memoria...». È qui che la nostra letteratura novecentesca si radica maggiormente e con le migliori ragioni. Tornano così di straordinaria importanza i libri di Cesare Pavese, «Paesi tuoi» ('41) in particolare, che ricorda gli indimenticabili romanzi e racconti di Beppe Fenoglio da «I ventitré giorni della città di Alba» ('52) a «Il partigiano Johnny» ('68) e poi quel singolare racconto di Giacomo Debenedetti «16 ottobre 1943» ('44) e il grande romanzo di Vasco Pratolini «Cronache di poveri amanti» ('47) che nel '60 pubblicò «Lo scialo» e nel '63 «La costanza della ragione» a completamento di un vasto ciclo già ricco di memorie, personaggi e luoghi depositatasi nella storia del secolo. E come dimenticare le «Cinque storie ferraresi» di Giorgio Bassani («Una lapide in via Mazzini» e «Una notte del '43») e «Il giardino dei Finzi Cantini» ('62)? E il romanzo di Mario Tobino «Il clandestino» ('62), che s'appaiava a «Fausto ed Anna» ('52) di Carlo Cassola tornato popolarissimo poi nel '60 con «La ragazza di Bube»? Da «Il mondo è una prigione» di Guglielmo Potroni ('49) a «Il passo dei Longobardi» ('64) di Arrigo Benedetti, la letteratura della Resistenza forma un vero e proprio amplissimo capitolo che deve molto anche alla poesia, al poema «Aladino, lamento per mio figlio morto» di Corrado Govoni ('46), a «Giorno dopo giorno» di Quasimodo ('47), a «Con il capo sulla neve» di Alfonso Gatto ('49) e a molti testi in raccolte di Caproni, De Libero, Solmi e Fortini fino al poema del parmigiano Emilio Zucchi «Le midolla del male» ('10). Dunque, un Novecento (e un inizio di nuovo millennio) quanto mai ricco e complesso che proprio alla Resistenza, avvertita prima come impegno di gioventù e in seguito come codice morale da onorare, dedica una parte davvero cospicua di interessi e meditazioni, tanto da fondare, in sostanza, un vero e proprio capitolo di letteratura civile in segno a quel Neorealismo che nelle opere di Vittorini, di Carlo Levi, di Primo Levi e di Romano Bilenchi («Il bottone di Stalingrado» è del '72) rompeva la continuità con il passato, imponendosi quale forma di una nuova e rinnovata società. In essa, sostanzialmente molti di noi si sono riconosciuti, e non è un caso che ancora oggi certi romanzi dei nostri tempi - quelli, ad esempio, del parmigiano Valerio Varesi, «La sentenza» ('11) e «Il rivoluzionario» ('13), cerchino la non facile strada della ricostruzione storica attraverso la più sottile trasparenza dei personaggi rivisti in filigrana di voci, fatti e avvenimenti ormai sprofondati nel tempo. Da queste nostre veloci constatazioni sorge anche un'altra esigenza: quella di poter e di saper rileggere l'intero percorso della nostra letteratura novecentesca attraverso un confronto che annulli o sottovaluti i primi cinquant'anni del secolo facendo di essi in quel caso solo una trascurabile appendice. Ma questo è un altro contestatissimo argomento che lasciamo alla lungimiranza degli storici più avvertiti, quelli cioè che sanno interpretare senza preconcetti e pregiudizi l'intero percorso culturale degli ultimi cento anni.